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Membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, potenza della Nato, membro delle maggiori alleanze internazionali e erede di un impero che controllava gran parte del mondo, il Regno Unito si trova davanti alla prova della storia con una sola certezza (per ora): quella di non volere più far parte dell’Unione europea. La Brexit, giunta con quel clamoroso referendum popolare del 2016, ha sancito una cesura netta tra Londra e il Vecchio Continente.

Un divorzio che arriva dopo un matrimonio non certo felice, in cui l’isola, più che essere un membro attivo della comunità europea, è sempre apparsa una spina nel fianco ai tentativi di integrazione. E nel tempo, queste differenze si sono rivelate incolmabili, unendo un malcontento profondo per l’Ue a trazione franco-tedesca alle aspirazioni britanniche di non essere ingaggiata in una politica vista come continentale a non legata alle sue ambizioni e caratteristiche naturali. La ricerca di un commercio globale e non vincolato dagli schemi Ue, la spinta propulsiva verso il mondo, il senso di disfatta per un’Europa ormai squilibrata verso Berlino e Parigi ma vista come un meccanismo destino a finire e, infine, la special relationship con gli Stati Uniti (ormai vero dominus atlantico) hanno fatto sì che una parte profonda dello Stato britannico non abbia mai negato la possibilità di una uscita di scena dall’Ue. Il voto popolare, forse inaspettato dagli stessi brexiters più puri, non è comunque sembrato un fulmine a ciel sereno, ma una perfetta adesione dell’Inghilterra profonda con quelle che rappresentano le tradizionali direttrici strategiche di Londra.

Da lì si è cominciato a parlare non più di Uk, ma di Global Britain: una potenza britannica (le parole sono importanti) globale che si apriva al mondo quasi in una sorta di liberazione da certi lacci e lacciuoli rappresentati da una presunta zavorra europea. Un’ambizione post-imperiale che però, al netto delle chiare ambizioni propagandistiche ma anche delle naturali ambizioni del popolo inglese, nasconde delle inquietudini che la Brexit non ha certo cancellato. Utilizziamo il termine “inglese” non per errore: perché quello che apparve da subito chiaro agli occhi degli osservatori è che la Brexit fu in effetti una scelta profondamente inglese. Non è stata la cosmopolita Londra a votare in favore del divorzio da Bruxelles, e non lo furono nemmeno le parti periferiche del Regno, in particolare la Scozia. A chiedere la Brexit erano le parti profonde dell’Inghilterra, in parte del Galles, gli unionisti nordirlandesi. Insomma, tutti quei gruppi che ancora oggi, saldamente, mantengono fede a un’appartenenza che non appare più così radicata in altri contesti.

Non è un caso che proprio dopo l’approvazione dell’uscita dall’Ue, dalla Scozia siano arrivati i primi sussulti di un nuovo referendum per l’indipendenza E non è un caso che proprio il confine tra Ulster ed Éire abbia fatto riaffiorare delle divisioni interne all’Irlanda che si pensava di avere concluso con gli accordi raggiunti dopo faticosi decenni di lotte. Brexit è stata vista come un incubo per gli scozzesi, terrorizzati dall’idea di dover fare affidamento solo su Londra e dai nazionalisti irlandesi che pensavano che essere parte dell’Unione europea avrebbe quantomeno dato la parvenza di un’unità tra Belfast e Dublino.

Il divorzio, tuttavia, non è stato solo uno schiaffo a queste aspirazioni interne al Regno, ma anche un modo, in fondo, per evitare di dover fare i conti con il rischio di una divisione che comunque, ancora oggi, non si è del tutto spento. Global Britain, dunque il richiamo a un’intera Gran Bretagna globale, assume anche il ruolo di una forma di incantesimo con cui convincere le riottose province a ricordarsi di essere parte di un destino comune. Se non si guarda più all’Europa, si osserva il mondo. Esternalizzare i problemi significa anche disattivare certi discorsi secessionisti (e al contempo europeisti) per far di nuovo leva sul senso di “impero” di una potenza che non è mai stata davvero europea.

Riuscirsi è un’impresa difficile. Boris Johnson, primo ministro che ha voluto portare avanti a qualsiasi costo le trattative sull’uscita dall’Ue fino a minacciare, ancora, un divorzio “hard”, appare un leader debole. I conservatori sono apparsi frastornati dalla Brexit mentre i laburisti, prima timidi sostenitori dell’europeismo, ora devono fare i conti con una realtà che appare ineluttabile. Intorno a loro, un mondo in pieno cambiamento che non accetta perdite di tempo. La guerra in Ucraina è la prova che la Gran Bretagna vuole essere protagonista della politica europea e membro più attivo dell’Alleanza Atlantica. La sua sfida alla Russia è totale, ma non disdegna nemmeno avventure nell’Indo-Pacifico da Hormuz fino al Mar Cinese Meridionale. Il suo “impero” esiste, nella mente di Londra. E tutti si rendono conto che adesso il Regno Unito è di nuovo una potenza più oceanica che continentale. Difficile capire se la sfida sarà vinta, ma adesso è comunque certo che nessuno può chiamarsi fuori: Brexit è realtà, Global Britain un’ambizione forse velleitaria ma necessaria. Il popolo inglese ha scelto.

Il Regno Unito, forse più disunito che unito, deve fare i conti con la storia e capire come uscirne indenne. E perché no, anche provare a sognare di nuovo in grande per evitare di dover riflettere sulle proprie fragilità.

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