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Stando a quanto riporta il New York Times, negli ultimi mesi funzionari dell’amministrazione Trump e militari venezuelani ostili al leader di Caracas Nicolas Maduro si sarebbero incontrati al fine di valutare le opzioni volte a impostare un cambio di regime in Venezuela, prima fra tutte quella di un colpo di Stato militare.

Secondo quanto scritto dal prestigioso quotidiano, tali contatti avrebbero coinvolto ufficiali antimaduristi ai massimi livelli delle forze armate venezuelane: “Uno dei comandanti militari che ha partecipato ai colloqui è ben lungi dall’essere la figura ideale per restaurare la democrazia, dato che si trova nella lista degli ufficiali colpiti dalle sanzioni di Washington”.

Il New York Times non cita i nomi dei militari interessati, ma specifica che tra questi sono presenti numerosi personaggi accusati di “aver torturato degli oppositori, incarcerato migliaia di prigionieri politici, ferito numerosi civili, trafficato droga”.

I funzionari americani, alla fine, hanno deciso di non avallare alcun progetto golpista, ma le indiscrezioni potrebbero minare la credibilità di Washington nella regione latinoamericana, dove l’influenza statunitense è in relativo declino sotto l’effetto dell’ascesa di nuovi attori come la Cina e dove la stessa parola “golpe” evoca tristi e funesti ricordi.

Tutte le pressioni degli Usa sul Venezuela

Il regime di Maduro, complice assieme a un’opposizione violenta e scriteriata della catastrofe sociale ed umanitaria che ha distrutto il Venezuela, ha da tempo imboccato una deriva pericolosa ed ha contribuito al rinfocolamento delle tensioni interne e dello scontro sociale che ha spinto centinaia di migliaia di venezuelani a lasciare il Paese negli ultimi mesi.

Il portavoce del National Security Council Garret Marquis ha espresso la preferenza politica statunitense per un “pacifico e ordinato ritorno alla democrazia in Venezuela”, ma in ogni caso non c’è dubbio che gli apparati di Washington abbiano da tempo il Venezuela di Maduro tra i loro principali obiettivi.

L’esternazione più clamorosa è stata quella di Juan Cruz, insignito della prestigiosa posizione di White House’s Senior Director for Latin America, che nello scorso mese di aprile ha definito Maduro “pazzo” e ha invitato alla disobbedienza e alla ribellione ufficiali militari e politici venezuelani, come del resto fatto più volte dal Senatore Marco Rubio. All’agosto 2017 risalgono le affermazioni di Trump sull’esistenza di “un’opzione militare per il Venezuela”, mentre l’1 febbraio scorso l’ex Segretario di Stato Rex Tillerson aveva dichiarato che con molta probabilità i militari venezuelani avrebbero potuto tentare a rovesciare Maduro.

Una scelta infelice

Indipendentemente dall’isolamento in cui il Venezuela è confinato nel quadro politico sudamericano, le voci di un possibile golpe a controllo remoto statunitense non aiuteranno le strategie statunitensi in America Latina.

L’invasione fallita della Baia dei Porci a Cuba nel 1961, il sostegno alla destituzione di Salvator Allende in Cile nel 1973 e l’appoggio ai miliziani Contras in Nicaragua negli Anni Ottanta sono solo tre degli esempi di interventi esterni statunitensi che hanno mirato a destabilizzare o a mettere sotto controllo Paesi latinoamericani attraverso l’instaurazione di regimi militari alleati.

Né un colpo di Stato interno a una cerchia di potere che, come visto, si è resa colpevole di buona parte delle malefatte ascrivibili al regime madurista potrebbe aiutare ad alleviare le sofferenze dei venezuelani, ma sostituirebbe semplicemente una cerchia chiusa ad un’altra. Con mosse azzardate come questa, l’amministrazione Trump ha contribuito esclusivamente a fornire alle sfiatate trombe della propaganda di Maduro nuovi elementi per contribuire a incolpare gli Stati Uniti come unici responsabili della crisi del Venezuela. Perché gli Stati Uniti, in diverse fasi della storia latinoamericana, sono stati tra i responsabili delle problematiche politiche regionali ma, in un gran numero di occasioni, sono stato anche l’alibi perfetto usato da governi delegittimati per giustificarsi.

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