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Sono ormai passati due anni da quando il tricolore russo ha sostituito le bandiere ucraine in Crimea.

Ventiquattro mesi in cui non ha trovato ancora risposta l’amletico quesito: l’annessione russa della Penisola è stato un illecito internazionale oppure la massima applicazione del principio di autodeterminazione di un popolo? Difficile dare un responso. Forse non lo si avrà mai.

Partiamo da un antefatto. I russi di Crimea espressero palesemente la loro volontà di staccarsi da Kiev già nel 1992, proclamando una prima Repubblica indipendente sostenuta da Mosca. La crisi fu risolta nel 1994, quando Russia, Usa, Gran Bretagna e Ucraina siglarono a Budapest un Memorandum, con cui Kiev otteneva il riconoscimento dei propri confini nazionali da parte russa, e la Crimea a sua volta accettava di restare sotto la sovranità ucraina in cambio di ampie autonomie linguistiche e amministrative.

Ma dopo il rovesciamento di Viktor Yanukovich e sotto la minaccia di vedersi revocare le autonomie dal nuovo governo nazionalista, con un referendum indipendentista nel marzo 2014 la Crimea si staccava dall’Ucraina e sceglieva l’annessione alla Federazione Russa. A conferma della legittimità di quell’atto, Mosca ha sempre citato il precedente del Kosovo, che con un referendum nel 2008 si era a sua volta proclamato indipendente dalla Serbia. Secondo la Russia, se era stata data legittimità internazionale alla scelta di Pristina, lo stesso valeva per quella di Sinferopoli.

Ma la consultazione nell’ex provincia autonoma serba è ancora oggetto di una diatriba giuridico-diplomatica, che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ben si è guardata dal legittimare. Con una sfumatura lessicale pilatesca, nel 2010 i giudici della CIG avevano sentenziato che il referendum kosovaro non violava il diritto internazionale generale perché quest’ultimo, in mancanza di accordi specifici, non contempla norme che vietino espressamente la secessione: un arzigogolo giuridico che, di fatto, dichiarava la “non illegittimità” (piuttosto che la “legittimità”) dell’indipendenza di Pristina.

Dunque, anche quella della Crimea è stata allora una secessione “non illegittima”? Non proprio, perché in questo caso le norme internazionali violate erano quelle derivanti dal Memorandum di Budapest del 1994, secondo Usa e dall’Ue non rispettate dalla Russia, che si era impegnata al rispetto dei confini dell’Ucraina. A loro volta, Mosca e Sinferopoli hanno sempre replicato che gli accordi del 1994 sono stati invalidati innanzitutto dalla decisione, presa dal nuovo governo insediatosi a Kiev dopo Euro-Maidan, di rivedere l’autonomia politica concessa vent’anni prima, dinanzi alla quale la Crimea si è ritenuta sciolta da qualsiasi obbligo.

Tuttavia la Crimea potrebbe, paradossalmente, costituire anche il precedente per una futura annessione del Kosovo da parte dell’Albania, che giusto un anno fa il premier albanese Edi Rama, dai microfoni del principale network televisivo kosovaro, definiva «inevitabile ed indiscutibile». Dichiarazioni fonte di non pochi imbarazzi a Bruxelles e in ambienti NATO, di cui l’Albania è parte, poiché allusive ad una chiara intenzione di ricomporre la diaspora albanese sotto le bandiere dell’Alleanza Atlantica e dell’Ue, in cui Tirana è candidata a entrare. Accettare la nascita di una “Grande Albania” in ambito comunitario e atlantico comporterebbe per l’Occidente l’avallo di un percorso analogo a quello all’origine degli eventi di due anni fa sul Mar Nero. Eventi oggi giudicati illegittimi, tanto che l’impalcatura delle sanzioni varate contro Mosca poggia proprio su questo assunto.

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