“Il nostro rapporto con la Repubblica Islamica dell’Iran sarà fraterno. Abbiamo buoni rapporti con il popolo iraniano, l’Iran è la casa dei nostri rifugiati, ha un confine condiviso con noi e molti punti culturali in comune con l’Afghanistan”. Le parole di uno dei portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, risalenti a luglio del 2021, sono indicative di come i rapporti tra Teheran e gli “studenti di Dio” siano radicalmente cambiati rispetto a 20 anni fa. L’Iran ha, in un certo senso, “sdoganato” i talebani nonostante le profonde diversità, che in passato sono sfociate in un aperto contrasto, anche sanguinoso. Lo sciismo è stato fortemente combattuto in Afghanistan durante la guerra civile, e gli “apostati” venivano perseguitati dai talebani, fedeli al sunnismo più radicale.

Negli anni precedenti l’invasione americana dell’Afghanistan, i talebani avevano relazioni molto tese con l’Iran, al punto che il governo iraniano e la Forza Quds – il ramo delle Irgc che si occupa delle attività militari e paramilitari all’estero – hanno a tutti gli effetti fornito assistenza alle forze americane durante l’invasione del 2001.

Le motivazioni di questa cooperazione vanno ricercate in parte nell’inimicizia tra Teheran e i talebani in quel momento, e in parte nella paura dell’Iran di un possibile scontro con gli Stati Uniti nei mesi successivi agli attacchi dell’11 settembre, soprattutto considerando che Washington avrebbe visto la non collaborazione dell’Iran come un atto ostile.

Tuttavia, dopo che l’Iran è stato etichettato da Washington come facente parte del famigerato “asse del male”, e a seguito dell’invasione statunitense dell’Iraq, la strategia di Teheran nella regione è gradualmente cambiata: gli Ayatollah si sono resi conto che se gli americani si fossero assicurati il controllo dei confini orientali e occidentali dell’Iran, avrebbero potuto mettere in agenda un a eventuale invasione del Paese.

Per evitare uno scenario simile, la Forza Quds ha cominciato ad aiutare le milizie antiamericane, a sostenere i suoi proxy e ad aumentare la pressione sulle truppe statunitensi in Iraq e, in misura minore, in Afghanistan. Questa strategia ha trovato maggior sostegno all’interno del regime iraniano quando Mahmoud Ahmadinejad è diventato presidente nel 2005. In funzione antiamericana, quindi, l’Iran ha cominciato ad appoggiare i talebani, se pur non massicciamente, fornendo loro armi e finanziamenti, con un impegno maggiore dopo l’ascesa dello Stato Islamico della provincia di Khorasan (Iskp) in Afghanistan nel 2015. Teheran, infatti, per contenere i jihadisti dell’Iskp che l’Iran considerava una minaccia, ha rafforzato il sostegno ai talebani, che li hanno combattuti. A seguito di questa cooperazione, nel luglio 2016, ancora Zabihullah Mujahid ha affermato che il gruppo “stava stabilendo nuove relazioni con Teheran”.

Alla fine del 2018, l’Iran ha pubblicamente ammesso, per la prima volta, di aver ospitato inviati dei talebani per colloqui bilaterali. Il movimento degli “studenti di Dio” ha cambiato pelle rispetto agli anni ’90 e all’inizio dell’intervento statunitense: alla ricerca di legittimazione internazionale si sono dati un aspetto più “conciliante” affidandosi alla diplomazia. Anche il loro linguaggio è profondamente mutato ed oggi l’utilizzo dei social network per la loro propaganda è ormai affermato e ben rodato.

Proprio la diplomazia è stata molto attiva: alla fine di gennaio del 2021, un’altra delegazione dei talebani, guidata dal mullah Baradar Akhund, deputato politico e capo dell’ufficio diplomatico dei talebani in Qatar, si è recata a Teheran qualche giorno dopo aver espresso solidarietà per la morte del generale Qasem Soleimani, mentre sappiamo che durante la visita nella capitale iraniana del 7 luglio 2021, quando sono stati ospitati in un incontro organizzato dal ministero degli Affari Esteri che verteva sul futuro dell’Afghanistan, oltre ai talebani, erano presenti ai colloqui anche altre tre delegazioni afgane, tra cui alcuni funzionari di Kabul.

La presenza di rappresentati del governo afghano di allora si spiega nella exit strategy statunitense: i negoziati ufficiali tra Iran e talebani, avviati dall’amministrazione di Hassan Rouhani, sono stati ben accolti dai governi statunitense e afghano. Infatti, dopo la visita della delegazione talebana a Teheran, il portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti Ned Price ha dichiarato: “Ciò che l’Iran sta cercando di fare ospitando questo incontro, potrebbe essere costruttivo”.

I media iraniani, conseguentemente a questo “avvicinamento contingente” verso i talebani, hanno parimenti mutato la loro retorica: sul quotidiano Kayahn, a inizio luglio, è stata riportata una dichiarazione dei talebani in cui affermano di non avere nulla a che fare con gli sciiti presenti in Afghanistan, condita dall’annotazione del giornale che, allora, non si avevano notizie di stragi di civili innocenti e distruzione di case. Come se non bastasse si legge anche che “sono diversi dai talebani che conoscevamo che decapitavano”. Kayahn, però, si riserva il beneficio del dubbio affermando che la veridicità di questo cambiamento deve essere ancora seriamente indagata e che se i talebani sono gli stessi del periodo 1998/2001, la loro presa di potere in Afghanistan non sarà nell’interesse dell’Iran o di qualsiasi altro Paese della regione.

Non c’è però unanimità all’interno delle istituzioni iraniane in merito alla questione talebana. Come spesso accade si palesa la frattura tra le Irgc, l’esercito e le autorità politiche: dopo che l’8 luglio i talebani hanno catturato la città di confine di Islam Qala, nella provincia di Herat, il generale Abdolrahim Mousavi, comandante in capo dell’esercito regolare iraniano, ha visitato il confine iraniano-afghano e ha avvertito che le forze armate di Teheran sono sempre pronte ad affrontare qualsiasi grave minaccia.

Sadullah Zarei, una figura vicina all’ufficio del leader supremo, ha detto che “il metodo dei talebani di usare la forza per prendere il controllo dell’Afghanistan ha sollevato preoccupazioni sul futuro degli sciiti e sui confini del nostro Paese” e che “la Repubblica Islamica dell’Iran non permetterà la minima aggressione ai suoi confini”. Allo stesso tempo, un giornalista vicino all’amministrazione del presidente uscente Rouhani ha riferito che le autorità avevano consigliato ad alcuni media di non “lucidare l’immagine dei talebani”.

Un atteggiamento prudente quello di Teheran, forse un po’ tardivo visto il sostegno militare e finanziario durato anni, in particolare in concomitanza col surge statunitense del 2009/2011.

Delusi da questa “comunione d’intenti” anche alcuni membri della divisione Fatemiyoun, una milizia sciita afghana affiliata alle Irgc. Organizzata dalla Forza Quds e impiegata durante la guerra civile siriana per combattere a fianco delle forze del regime di Assad, non è stata utilizzata finora per difendere la popolazione sciita in Afghanistan, creando malumori interni. Alcune voci dissonanti si levano anche da autorità religiose: l’Ayatollah Lotfollah Safi Golpaygani ha rilasciato una dichiarazione il 15 luglio in cui affermava che “fidarsi dei talebani, che hanno una così chiara storia di atti malvagi e omicidi, sarà un grande e irreparabile errore”. Rivolgendosi alla comunità internazionale e al governo iraniano, il grande ayatollah di Qom ha avvertito che se continueranno a restare in silenzio sui talebani, se ne pentiranno in futuro.

Dicevamo della non omogeneità nelle istituzioni: a questo proposito giova ricordare il commento, criptico, del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif apparentemente inteso a sollevare il suo dicastero dalla responsabilità delle relazioni intessute dalle Irgc coi talebani. Alla domanda se fosse a conoscenza dell’esistenza del “Consiglio di Mashhad” e del “Consiglio di Zahedan” dei talebani (Mashhad e Zahedan sono le capitali delle due principali province di confine dell’Iran), Zarif ha detto di non essere a conoscenza di una cosa del genere e che le persone che hanno legami coi talebani possono viaggiare da e verso l’Iran, ma che non esiste una base talebana nel Paese.

Ancora il ministro degli Esteri ha detto esplicitamente, interrogato se considerasse i talebani un’organizzazione terroristica, che la posizione di Teheran è quella del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma che credono che i talebani siano una realtà nel futuro. Zarif ha però anche sottolineato che quanto successo in Afghanistan negli ultimi 19 anni, le conquiste del popolo afghano, la democrazia, i diritti delle minoranze, i diritti delle donne sono una realtà “forse anche più grande dei talebani”, per affermare che nella determinazione del futuro dell’Afghanistan, i talebani non possono far finta che tutto questo non sia mai esistito.

Nonostante queste ambiguità Teheran sembra per il momento venire incontro alle richieste dei talebani: il 21 agosto ci sono giunte immagini di soldati afghani, che avevano trovato rifugio in Iran nelle ore immediatamente successive alla caduta di Kabul, riconsegnati ai talebani.

Questa carrellata dell’evoluzione dei rapporti tra la Repubblica Islamica e i talebani ci permette di fare alcune considerazioni. L’ayatollah di Qom potrebbe essere stato profetico, dicendo che il governo iraniano si pentirà della collaborazione con gli “studenti di Dio” afghani.

Sembra riproporsi lo stesso schema (ed errore) visto negli anni ’80 durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, quando gli Stati Uniti fornirono armi e finanziamenti – via Pakistan – ai mujahidin per poi abbandonare il Paese a sé stesso, e ritrovarsi, poco più di 10 anni dopo, quelle stesse armi puntate contro.

Le divisioni religiose, profonde, ma soprattutto gli interessi strategici che ora sono mutati con gli Stati Uniti estromessi dall’Afghanistan e quindi coi confini orientali “al sicuro”, trasformeranno il sostegno iraniano ai talebani in un boomerang le cui conseguenze sono di difficile previsione. La necessità, molto cinica, di sostenere “il nemico del mio nemico” – del resto non è un mistero che Teheran avversi Riad, capitale del wahabismo sunnita che caratterizza anche i talebani – potrebbe avere aperto un nuovo fronte per l’Iran che si paleserà nel lungo periodo, quando l’emirato sorto sulle ceneri del governo afghano dimostrerà la sua maturità diplomatica e strategica.