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La nuova amministrazione americana sembra ancorata su una politica estera che fa dell’abbandono degli accordi multilaterali uno dei suoi pilastri. Non è più quindi solo America First l’obiettivo del presidente Usa, ma America alone, America sola. Una transizione geopolitica di abbandono del ruolo di supremazia nel mondo, ottenuta nel tempo attraverso anche una serie di patti internazionali in cui l’ombrello degli Usa serviva a dare un’impronta mondiale alla visione della politica estera statunitense. L’ultimo esempio, in tal senso, viene dall’annuncio della delegazioni Usa alle Nazioni Unite di aver tolto la partecipazione di Washington dal Global Compact in materia di migrazione. “La missione americana all’Onu ha informato il segretario generale che gli Stati Uniti mettono fine alla loro partecipazione al Global Compact sulla migrazione” ha detto Nikki Haley, che ha continuato ricordando come la Dichiarazione di New York “include diverse disposizioni che non sono coerenti con gli Stati Uniti e la politica d’immigrazione dell’amministrazione Trump”. “L’approccio globale della Dichiarazione di New York non è semplicemente compatibile con la sovranità americana”, ha così concluso la rappresentante di Trump all’Onu, che ha di fatto certificato la scelta della nuova amministrazione americana verso un approccio totalmente unilaterale e autoreferenziale rispetto al passato in cui gli Usa sembravano ancorare la politica internazionale alla propria politica interna.

L’esempio del Global Compact è soltanto l’ultimo. Prima era arrivata la clamorosa scelta di ritirarsi dall’Unesco per la sua essenza eccessivamente “anti-israeliana”, il ritiro dagli accordi sul clima di Parigi, il ritiro dal trattato Trans-Pacifico, la volontà di modificare (e di ritirarsi in caso di assenza di modifiche) dall’accordo sul nucleare iraniano, dal Nafta, dal Ttip e dal Wto, così come da altri trattati e importanti accordi multilaterali. Accordi di diversa natura, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista politico, ma che hanno tutti il comune denominatore nel fatto che, alla loro origine, gli Stati Uniti hanno dovuto in qualche modo accettare un compromesso con i propri interessi nazionali, ma che avevano anche l’utilità, per gli Usa, di poter incidere all’interno dell’attività decisionale e gestionale di agenzie e accordi di grande importanza.

L’idea di abbandonare la visione internazionalistica degli Stati Uniti per un approccio autoreferenziale ha sicuramente dei meriti dal punto di vista dell’opinione pubblica interna ed esterna, ma comporta anche dei rischi di non poco conto per il presente e il futuro degli Stati Uniti e in generale del mondo. Dal punto di vista interno, è evidente che Donald Trump stia semplicemente attuando quello che aveva promesso in campagna elettorale. Il presidente Usa è stato eletto anche per questo, cioè ritrattare la posizione Usa nel mondo a favore di una visione più “nazionalista”, che compiacesse le esigenze del popolo americano prima ancora che dell’establishment Usa più dichiaratamente globalista. E dal punto di vista esterno, sono tanti, nel mondo, a ritenere la graduale ritirata Usa dai trattati internazionali come una sorta di vittoria sull’interventismo statunitense a vantaggio di un approccio multilaterale e improntato sugli interessi nazionali.

Questa visione però si traduce inevitabilmente in una rimodulazione traumatica della geopolitica americana che comporta anche dei gravi rischi non solo per gli Stati Uniti ma anche per tutto il mondo, che finora era stato guidato, volente o nolente, da Washington. Dal punto di vista americano, l’isolazionismo comporta la perdita di leadership e quindi, in definitiva, la capacità di incidere sulla rete d’interessi internazionale di cui però gli Stati Uniti sono parte integrante e pilastro. La sfida al multilateralismo preferendo approcci bilaterali aiuta (forse) gli Stati Uniti a fare i propri interessi, ma può anche aiutare gli altri Paesi a fare blocco contro la potenza americana, che scivola fuori dalla comunità in un momento in cui sembra impossibile districare la matassa degli interessi globali. E questo perché mentre gli Stati Uniti attuano, con Donald Trump, il ritiro dagli accordi che ledono la posizione Usa, altre potenze si elevano al loro posto colmando il vuoto lasciato dall’America. Non esiste, in geopolitica, la possibilità che un’area geografica o sistema d’interessi sia lasciato senza una potenza egemone. Ed è inevitabile lo scontro fra i nuovi attori regionali e internazionali che tendono a subentrare alla leadership precedente. Questo non significa un inno all’iper-presenza Usa nel mondo, ma un monito per chi considera tutta questa dinamica di isolazionismo Usa soltanto con favore. In realtà, le insidie sono notevoli sia per gli Stati Uniti che per il resto della comunità internazionale. Washington apparentemente sta pensando a se stessa, ma, nei fatti, sta lasciando la leadership mondiale ad altri Stati. E questo è visibile in molti contesti, a partire dal clima, dall’Asia, dal commercio mondiale o anche dal Medio Oriente. Quello che sta facendo Trump è forse il sigillo della fine di un’epoca, quella dell’unilateralismo Usa e dell’approccio da unica superpotenza garante del mondo. Ma quello che ci aspetta è un futuro di assoluta incertezza, in cui gli Stati Uniti non sono meno interventisti, ma meno diplomatici. Non “isolazionisti” ma “isolati”. E non è detto  che si traduca in un minore impatto degli Usa sul mondo.