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La nave Saipem dell’Eni è oramai andata via, per adesso la diplomazia lavora per risolvere la controversia sorta dall’intervento delle navi militari turche che hanno, di fatto, impedito alla nostra azienda degli idrocarburi di effettuare le ispezioni, ma la questione non sembra di facile risoluzione; in queste acque, dove si sospetta un “tesoretto” fatto di gas e petrolio nel fondale, si sta scatenando una corsa che, se da un lato sembrava favorire l’Italia con l’Eni, dall’altro Ankara ha certamente contribuito a renderla alla stregua di un grande braccio di ferro per il controllo del Mediterraneo orientale. Queste acque, è bene ricordarlo, fanno parte della Zee di Cipro, soltanto Nicosia dunque può gestire le risorse ivi presenti e, in tal senso, l’Eni dal 2013 ha dal governo cipriota regolari licenze per poter sondare i giacimenti; che il problema non riguardi soltanto l’Italia, lo si era già capito dopo l’intervento di Macron, il quale ha esortato Erdogan a rispettare la sovranità cipriota, ma adesso dalla stampa greca si apprende che navi militari Usa sono dirette proprio all’interno della Zee di Nicosia.

Gli interessi degli Stati Uniti legati alla Exxon Mobil

Se l’Italia è rimasta invischiata con l’Eni, con il governo cipriota che ha espressamente affermato come la reazione turca sulla nostra azienda sia imputabile al fatto di considerare Roma come “anello debole” della catena, la Francia teme che la scure di Ankara possa abbattersi sulla Total mentre, da oltreoceano, si punta dritti a difendere i giacimenti in cui la Exxon Mobil a breve inizierà a fare le sue perlustrazioni. La Turchia ha giocato la mossa con la nave Saipem per rimarcare quello che rivendica come un proprio diritto, ossia considerare il Mediterraneo orientale come proprio “giardino di casa”; i mezzi militari turchi, con la motivazione secondo cui la nave dell’Eni stava entrando in una zona dove erano previste esercitazioni da parte di Ankara, hanno bloccato il mezzo impedendo alla Saipem di svolgere il proprio lavoro. Uno “sgambetto” che forse la diplomazia riuscirà a risolvere, ma che non sarebbe affatto digerito presso i palazzi del potere di Washington, dove già vige preoccupazione su altri fronti circa i comportamenti di Erdogan.

La navi Usa in zona per delle esercitazioni

Come si apprende da AgenziaNova, che si avvale di fonti di stampa greche e cipriote, nella Zee in questione sono arrivate dall’inizio di questa settimana le navi Uss Iwo Jima (LHD-7),  Uss New York e Uss Oak Hill; i mezzi in questione, a partire dal prossimo 18 marzo, saranno impegnati in un’esercitazione che durerà una settimana esatta. Da Nicosia e da Atene, sia le fonti di stampa locali che le fonti diplomatiche dei due paesi, fanno notare che la Exxon Mobil ha le concessioni adatte per poter iniziare, dalla prossima domenica, le esplorazioni nella Zee cipriota e quindi vicini allo specchio d’acqua dove doveva operare la Saipem; in poche parole, le esercitazioni dei mezzi americani nel Mediterraneo orientale coincidono temporalmente con l’avvio delle attività di uno dei principali colossi degli idrocarburi, segno di come da Washington la pretesa di Erdogan di dar fastidio agli interessi non turchi nella zona non venga presa sottogamba, tanto da “blindare” in qualche modo i mezzi Exxon prossimi ad avviare il proprio lavoro.

Con le navi Usa in zona, da Ankara sarà impossibile bloccare i mezzi del colosso americano nella Zee cipriota; forse, come per la francese Total, la Turchia in realtà non ha mai pensato di “punzecchiare” anche gli interessi della Exxon ma i fatti recenti stanno imponendo prudenza sia a Parigi che a Washington e se Macron, dal canto suo, al momento si è limitato a lanciare segnali verbali in un colloquio telefonico con Erdogan, gli Stati Uniti intendono invece sfruttare le esercitazioni in zona per dissuadere la marina di Ankara dal tenere, con le proprie aziende, analogo comportamento riservato all’Eni. Le acque del Mediterraneo orientale dunque, diventano giorno dopo giorno sempre più teatro di una corsa alle risorse che vede nelle ambizioni turche la principale fonte di destabilizzazione; il dato politico però, per quel che riguarda l’Italia, è che alla fine sia la Totale che la Exxon continuano a lavorare mentre l’Eni, dopo un tira e molla durato diversi giorni, al momento è stata costretta a fare dietrofront.

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