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Nella vittoria elettorale contro Hillary Clinton nel novembre 2016 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un sostegno cruciale dagli agricoltori dell’America “profonda” e dagli Stati che fondano le proprie economie sul settore rurale e sulla commercializzazione di prodotti come il mais, centrale per il primario a stelle e strisce. In Kentucky il candidato repubblicano prevalse col 62,5% dei voti, in Kansas e Nebraska andrò oltre il 55%, in Iowa sfondò la soglia del 51%. Ma anche negli Stati operai come Pennsylvania e Wisconsin, vinti per poche decine di migliaia di voti, le propaggini della Corn Belt favorirono l’attuale Presidente.

Trump conquistò i farmer con le sue promesse di rafforzare le prospettive del settore attraverso le politiche commerciali e il sostengo diretto al settore da parte del governo; come in altri campi del programma elettorale del presidente, a quattro anni di distanza e con di mezzo la pandemia di coronavirus e l’inizio di una fase recessiva i risultati sono ambivalenti.

Ribaltando le politiche ambientali del predecessore Barack Obama Trump ha facilitato l’accesso degli operatori agricoli alle acque pubbliche per l’irrigazione e lo smaltimento degli scarti; per venire incontro ai timori dei coltivatori preoccupati per i bassi costi del mais da destinare a fini agricoli e di foraggiamento, dei biocarburanti e della soia di cui la Cina è avida acquirente Trump si è impegnato a rafforzare nel braccio di ferro commerciale con Pechino la loro posizione. A gennaio, prima della pandemia, i due Paesi hanno raggiunto una tregua in cui la Cina si impiegava di acquistare 33,4 miliardi di dollari di prodotti agricoli statunitensi ogni anno, aumentando la quota di 12,5 miliardi rispetto al 2017. Tuttavia a luglio, di fronte a un obiettivo di 19,5 miliardi di export, le vendite Usa oltre Pacifico ammontavano a soli 7,6 miliardi, secondo il Peterson Institute for International Economics.

Nel frattempo i coltivatori Usa hanno pagato in prima persona la guerra commerciale, che ha condotto a un aumento delle tariffe doganali e a danni all’export per tutto il 2018 e il 2019. Il risultato è stato un aumento considerevole degli interventi diretti dell’amministrazione a sostegno degli agricoltori in difficoltà, in un contesto che ha visto lo scorso anno 595 richieste di procedure fallimentari per aziende agricole, +20% rispetto al 2018. Dagli 11,5 miliardi di dollaridel 2017 i sussidi agricoli dell’amministrazione federale si sono dilatati nell’era Trump, costituendo un elemento fondamentale del legame tra il Presidente repubblicano e uno zoccolo duro del suo elettorato.

Come fa notare il Financial Times, infatti, in questo contesto in chiaroscuro i redditi dei coltivatori sono tornati a salire per la prima volta dalla fine del boom dei prezzi agricoli nel 2013, e il reddito mediano si è posizionato poco sotto i 90mila dollari annui. Il reddito totale delle aziende agricole toccherà nel 2020 il record di 102,7 miliardi di dollari. Ma, nota il quotidiano della City di Londra, a garantire questo decollo saranno esclusivamente gli aiuti federali, dati in crescita oltre i 30 miliardi di dollari per l’anno in corso, inclusi i 16 del Coronavirus Food Assistance Program, inserita nella risposta emergenziale alla pandemia come uno dei tanti “bailout” pubblici decretati da Casa Bianca e Congresso, di cui 9,4 miliardi, secondo i dati federali, sarebbero già stati richiesti dalle aziende in crisi.

Nella mossa decretata dal governo vi è ovviamente anche un elemento di razionalità strategica. Il settore alimentare ha acquisito valenza strategica crescente, e la “sovranità alimentare” e la difesa delle catene del valore e dei flussi di approvvigionamento è risultata decisiva in tempo di pandemia. Come scrive Politico, per questa ragione deputati democratici e repubblicani, coesi in una rara iniziativa bipartisan, starebbero pensando di chiedere 50 miliardi di dollari di fondi addizionali per il Dipartimento dell’Agricoltura guidato da Sonny Perdue nel prossimo pacchetto di stimolo anti-crisi. Ma il calcolo dell’amministrazione è, in primo luogo, funzionale all’agenda trumpiana.

Il voto dei farmer, molto spesso bianchi di classe media con istruzione superiore che rappresentano l’identikit medio del votante di Trump, parte di quell’America dimenticata lasciata a lungo a combattere inerme davanti agli scossoni della globalizzazione, è nel mirino del candidato repubblicano. Ma se per consolidarlo Trump decidesse di accelerare sull’ampliamento del circolo vizioso formato da elevata produzione agricola, basse prospettive commerciali e prezzi stagnanti difficilmente l’agricoltura americana potrà ottenere consolidati dividendi politici. Rendere un settore eccessivamente vincolato ai sussidi pubblici rischia, sul lungo periodo, di atrofizzarne lo sviluppo: e visto l’indotto e la valenza strategica della catena del valore alimentare gli Usa non possono permettersi questo rischio.