A cavallo tra il 2018 e il 2019 in America Latina numerosi Paesi saranno chiamati a decidere il loro futuro assetto politico in una fase decisamente intensa che vedrà decisive elezioni presidenziali in Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Venezuela e Uruguay, a cui andrà ad aggiungersi il voto parlamentare cubano che aprirà la strada alla definizione degli equilibri di potere a L’Avana dopo l’annunciato ritiro dalle scene di Raul Castro.

L’area latinoamericana si giocherà molto nelle tornate elettorali dei prossimi anni, che stabiliranno la leadership dei principali Paesi della regione e testeranno lo stato di salute tanto dei movimenti facenti riferimento all’ideologia del “Socialismo del XXI secolo” quanto delle tradizionali forze di potere favorevoli al libero mercato, che negli ultimi anni hanno rafforzato la loro posizione giungendo al potere in Argentina e Brasile.

Attualmente, i Paesi vivono una situazione politica oltremodo delicata ed eterogenea: in Argentina Mauricio Macri ha recentemente rafforzato la propria posizione di forza in seguito alle elezioni parlamentari di metà mandato favorevoli alla sua coalizione Cambiemos, mentre al contempo in Brasile il governo di Michel Temer è ai minimi in fatto di consensi e con le sue contestatissime riforme basate su una piattaforma di austerità, tagli alla spesa pubblica e liberalizzazione del mercato del lavoro ha rilanciato l’ascesa politica dell’ex Presidente Lula. La travolgente campagna lanciata da Lula in opposizione a Temer rivela quanto i leader superstiti della prima ondata del “Socialismo del XXI secolo” risultino tuttora molto più capaci dei loro successori nell’aggregazione di progetti politici credibili: Lula riempie le piazze e scalda i cuori di sindacalisti, lavoratori precari e studenti, e anche se la contestata condanna per corruzione inflittagli dall’ambiguo giudice Sergio Moro dovesse essere confermata, impedendogli di correre nel 2018, l’ex Presidente ha già individuato i potenziali sostituti all’interno del Partido dos Trabalhadores nell’ex Sindaco di Sao Paulo Fernando Haddad e nell’ex Ministro della Difesa Jacques Wagner.

Le istanze che tra il 1999 e il 2005 hanno portato al potere nella regione i leader populisti di ispirazione socialista sono ora catalizzate da figure e partiti che evocano quella fase storica ma che, al tempo stesso, sono ben consci dei grandi limiti che le “rivoluzioni bolivariane” hanno avuto nelle loro prime esperienze di governo: la scarsa lotta alla corruzione endemica nei sistemi latinoamericani e l’eccessiva dipendenza dalle mutevoli volontà dei mercati delle materie prime hanno infatti portato numerosi percorsi riformistici a segnare il passo. Di questo sembra essersi reso conto Alberto Moreno Lopez Obrador, che si presenta in Messico come potenziale favorito sulla scia di una piattaforma politica basata essenzialmente sulla lotta alle disuguaglianze e sul controllo pubblico degli asset strategici (infrastrutture energetiche, compagnie petrolifere, porti) ma decisamente molto meno radicale dell’agenda di governo che caratterizzò esperienze d’avanguardia come quella di Hugo Chavez in Venezuela.

Il Venezuela, come spesso accaduto negli ultimi anni, rappresenta una vera e propria realtà a sé rispetto al resto della regione: squassata dalla crisi politico-economica e sociale e dilaniata dalla lotta di potere interna, la Repubblica Bolivariana ha conosciuto un primo accenno di ritorno alla normalità con le recenti elezioni dei governatori regionali, che hanno sancito un’inattesa riscossa della formazione socialista del Presidente Nicolas Maduro. Difficilmente Maduro, in ogni caso, potrebbe risultare un candidato credibile per il voto presidenziale del 2018: figura per sua natura divisiva e contestata, Maduro paga responsabilità primarie nell’alimentazione di una crisi a cui hanno contribuito, in misura sicuramente maggiore, i leader dell’opposizione della Mesa de la Unidad Democratica come Julio Borges, Henrique Capriles  e Leopoldo Lopez, arrivati sino all’estrema mossa di richiedere sanzioni contro il loro stesso Paese.

Saranno elezioni cruciali anche per la Colombia, che nel 2018 vedrà il ritorno alla politica regolare delle FARC dopo la conclusione del lungo conflitto civile interno col nome di Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comùn. Lo storico comandante delle FARC, Rodrigo Londono “Timochenko”, ha annunciato la sua candidatura alla presidenza nella giornata del 1 novembre, mentre al contempo nel mondo politico colombiano sono in atto grandi manovre per definire la lista dei potenziali successori del Presidente Juan Manuel Santos:  gli ex Presidenti Alvaro Uribe e Andrés Pastrana, entrambi critici del processo di pace con le FARC, hanno annunciato la nascita della coalizione tra il Centro Democratico e il Partito Conservatore per definire il front-runner incaricato di contendere la massima carica nazionale a potenziali candidati come l’indipendente economista Clara Lopez e l’ex sindaco di Medellin Sergio Fajardo. La tenuta della fragile tregua interna sarà decisiva per garantire un regolare svolgimento del voto in Colombia, Paese che assomma tutte le contraddizioni e le speranze di un continente che, nei prossimi due anni, voterà per ridefinire la sua identità e la sua collocazione nel mondo.

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