L’exploit di Jair Bolsonaro al primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane ha segnalato come anche nel gigante verdeoro le posizioni politiche conservatrici siano interessate da fortune elettorali crescenti.
“L’ oscillazione del pendolo politico sudamericano verso le posizioni conservatrici era cominciata anche prima della vittoria di Trump, con l’elezione di Mauricio Macri alla guida dell’Argentina”, scrive La Stampa. “Il successo di Sebastian Piñera in Cile ha riavvicinato anche Santiago a Washington, rispetto agli anni della socialdemocratica Bachelet, e l’ avvicendamento fra Kuczynski e Martin Vizcarra in Perù non è stato negativo per gli Usa. In Colombia ha vinto l’alleato Duque, e pure i primi contatti col populista messicano Lopez Obrador sono andati bene, a partire dall’ intesa sul trattato per rimpiazzare il Nafta”.
In questo contesto Bolsonaro, che appare il grande favorito per il ballottaggio contro l’esponente della sinistra Fernando Haddad, appare sotto certi punti di vista il candidato leader latinoamericano più vicino a Trump: considerato un outsider alla vigilia della campagna elettorale, è riuscito a capitalizzare una quota crescente di consensi nonostante una personalità divisiva, catalizzando i voti di un preciso blocco sociale (classe media impoverita, evangelici, abitanti delle città preoccupati della criminalità crescente) e si è scagliato in maniera invereconda, con una furia di gran lunga superiore al tycoon newyorkese, contro la cultura politicamente corretta.
La “rivincita di classe” di Bolsonaro e il tema del rapporto con gli Usa
Nessuno meglio di Bolsonaro, dunque, potrebbe favorire un rafforzamento dell’amicizia tra Washington e il Brasile, già consolidata da Michel Temer in funzione antivenezuelana, e attrarre sugli occhi del Paese latinoamericano gli occhi degli investitori statunitensi, vicini a un’èlite economica che sull’ex capitano dell’esercito ha deciso di puntare con decisione.
Massimo D’Alema ha parlato dell’ascesa di Bolsonaro in un’intervista all’Huffington Post definendola come una “rivincita di classe”: “Il ceto economico dominante, che era solidale con le dittature, che ha dovuto subire la democrazia, e che oggi pensa di poter tornare a comandare, attraverso il voto e dovendosi comunque misurare con la democrazia, sfruttando le difficoltà, indubbie, dei governi a guida Pt […] Gli yankee considerano l’America Latina il cortile di casa. Quello che avviene in America Latina non è mai totalmente indipendente da quello che accade a Washington. Una rivincita dei ceti dominanti, prim’ancora che della destra politica che di quei ceti e dei loro interessi è strumento”.
Sulla natura di “esecutore” di Bolsonaro D’Alema centra sicuramente il punto, ma sul tema della guida statunitense del nuovo corso politico brasiliano non si può concordare completamente con l’ex presidente del Consiglio. Perché uno dei più grandi paradossi dell’America Latina contemporanea è il disinteresse statunitense per il continente guidato dai governi, mediamente, più affini ideologicamente all’amministrazione Trump.
Il disinteresse di Trump per l’America Latina
Nel continente che la “dottrina Monroe” aveva portato ad essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti Trump e gli apparati statunitensi non hanno una strategia. Ciò è in parte la reazione a una perdita di controllo sulle dinamiche del continente a partire da inizio millennio, dopo l’ascesa di governi ostentatamente avversi a Washington nel continente: non bisogna dimenticare, scrive Senso Comune, “che l’atto di nascita del “sovranismo” risale probabilmente al vertice di Mar del Plata del 2004, quando i governi di sinistra di Argentina, Brasile, Uruguay e Venezuela seppero dire no all’Alca (il progetto neoliberale di unione continentale architettato da Washington)”.
Ma c’è molto di più: gli Stati Uniti soffrono ancora dell’incapacità di portare avanti un disegno capace di andare oltre le visioni tradizionali sull’America Latina e di contrastare sul piano economico l’ingerenza di una Cina sempre più dinamica, investitrice numero uno nell’area a sud del Rio Grande. Dal 2005 ad oggi, Pechino ha investito in America Latina 150 miliardi di dollari, inclusi i fondi per finanziare il canale del Nicaragua alternativo a quello di Panama, e la ferrovia che dovrebbe collegare la costa atlantica del Brasile a quella pacifica del Perù. Washington, invece, ha tagliato gli aiuti all’ intera regione, e con la sfida economica dei dazi rischia di inimicarsi inutilmente governi che avrebbero una propensione naturale a confrontarsi con la superpotenza a stelle e strisce.
Per ora l’amministrazione Trump ha fatto sentire la sua voce solo con Cuba, impegnandosi nel tentativo di cancellare la riappacificazione voluta da Barack Obama creando una contrapposizione geopolitica per fini meramente elettorali, e con il disastrato Venezuela di Nicolas Maduro, contro il quale è intervenuta in maniera maldestra, come dimostrato dalle recenti voci su presunti colloqui finalizzati all’esecuzione di un golpe a Caracas.
Anche l’ascesa di Bolsonaro non farebbe variare, dunque, la principale limitazione a un crescente impegno di Washington in America Latina, a meno che non intervenga un cambio di marcia da parte statunitense. Strano e ironico destino, quello del sovranismo a stelle e strisce sordo agli omologhi del suo stesso continente, che dà l’idea dell’approssimazione con cui Washington (non) governi la sua azione in certi teatri.