Saccheggi, furti, violenze di ogni genere. Spesso a danni di piccoli commercianti ed esercenti, anche di colore, che nulla hanno a che vedere con il razzismo o con le giuste rivendicazioni di una comunità – quella afroamericana – ferita nel cuore dall’ennesima ingiustizia, la morte di George Floyd, soffocato brutalmente da un poliziotto di Minneapolis e già duramente colpita dalle gravi ripercussioni economiche del Covid-19. Ma la – doverosa e comprensibile – indignazione, così come le proteste pacifiche, hanno fatto spazio a scene apocalittiche da guerra civile, che rendono gli Stati Uniti d’America una polveriera, portata alla deriva dall’Identity Politics e dalle diseguaglianze sociali.

Ma ciò che non solo una democrazia, ma uno stato in generale non può tollerare se non vuole collassare, sono le scene a cui abbiamo assistito in questi giorni e che nulla hanno a che fare con la politica e che Tucker Carlson ha elencato in un monologo su Fox News che ha preso di mira tutti, ma proprio tutti. Non solo i manifestanti più violenti e facinorosi, ma un’intera classe politica, dai democratici passando per l’ex vicepresidente Joe Biden, fino a Donald Trump e all’ex ambasciatrice Onu Nikky Haley. Tutti nel mirino dell’anchor man che non ha paura di dire le cose come stanno.

L’escalation di violenza

In primo luogo Carlson ricorda alcune delle scene di violenza che si sono registrate in tutto il Paese. La verità nuda e cruda. A Columbia, un uomo ha avvertito la polizia quando le cose stavano cominciando a degenerare. I manifestanti lo hanno visto mentre chiamava le forze dell’ordine. Hanno circondato quell’uomo e l’hanno picchiato. Gli spettatori hanno ridevano mentre veniva preso a pugni. A Rochester, New York, un gruppo di otto uomini ha sfondato le finestre di una gioielleria. La coppia che viveva sopra il negozio è scesa per affrontarli. Entrambi sono stati brutalmente picchiati con una scala.

Dallas, un uomo armato di quella che sembrava essere una spada ha fatto del suo meglio per difendere un’azienda dai saccheggiatori. La folla lo ha colpito alla testa con una pietra e uno skateboard. A San Jose, i manifestanti con piede di porco hanno preso d’assalto l’autostrada e hanno attaccato i veicoli, cercando di tirare fuori i conducenti dalle loro auto. A Birmingham, in Alabama, un giornalista locale, Stephen Quinn, è stato picchiato, e poi è stato derubato in diretta televisiva mentre cercava di documentare il furto. A Saint Louis David Dorn, un poliziotto in pensione di 77 anni, è morto dopo essere stato aggredito da un gruppo di persone che avevano fatto irruzione in un banco dei pegni per saccheggiarlo e il suo omicidio è stato ripreso in diretta Facebook.

A Buckhead, un quartiere di lusso di Atlanta, i manifestanti hanno rubato una Tesla da un concessionario e l’hanno guidata in un centro commerciale. A Portland, in Oregon, la folla ha saccheggiato Louis Vuitton, Apple e Chase Bank, mentre a Chicago un negozio di scarpe è stato svaligiato. “Ok, quali sono esattamente le richieste di quei manifestanti? Cosa stanno chiedendo? Se il Congresso accettasse di attuare il loro programma, quale sarebbe il programma?” Incalza Carlson. “Non una sola persona suggerisce nemmeno la risposta perché non esiste una risposta”. In realtà, prosegue, “ciò che stiamo osservando non è una protesta politica. È l’opposto di una protesta politica. È un attacco all’idea della politica”. I manifestanti, osserva, “vogliono rovesciare il nostro sistema politico”. Per definire ciò che stanno combinando negli Stati Uniti queste bande di criminali torna alla mente un vecchio aforisma di Richard Nixon, del 1970: “Riconosciamoli per quello che sono: non sono rivoluzionari romantici ma gli stessi teppisti che hanno sempre afflitto la brava gente”. E così è.

Le colpe della politica

Ma, come si diceva, anche la politica ha grandi responsabilità. E quello di Carlson è un affondo bipartisan. Il Partito Democratico sta giocando col fuoco tentando di cavalcare le proteste per affondare su Trump sul tema razzismo. L’importante sezione di Fairfax, Virginia, sottolinea che i riots sono “una parte integrante della marcia del Paese verso il progresso”. Una fase che apparirebbe come il tragico contrappasso di quanto detto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld nel 2003 quando, assistendo ai saccheggi di Baghdad dopo la fuga di Saddam Husseinaffermò che essi erano parte dellatransizione dell’Iraq “verso la libertà”. Ma che in realtà lascia trasparire una leggerezza clamorosa e la mancata consapevolezza dell’assoluta precarietà della condizione interna degli States piegati da dure tensioni sociali.

I dem e l’establishment mediatico e “pop” che li sostengono (da Hollywood ai campioni dello sport) puntavano sul calcolo spericolato di cavalcare le proteste per inchiodare il Presidente al suo sostegno a un presunto “razzismo istituzionale” e usare l’arma del caso Floyd come nuova mossa elettorale in vista del voto di novembre. Nulla di più rischioso e spericolato, se si pensa che oramai anche i più pacifici dei cortei di protesta sono stati infiltrati, ridimensionati e deviati da teppisti senza colore e ideale, la rabbia sociale comprensibile che covava nella terra delle disuguaglianze piegata al servizio di pochi, rumorosi facinorosi.

Trump, dal canto suo, ha la possibilità, secondo Carlson di scottarsi (e molto) sul tema delle proteste, che assieme al coronavirus rischiano di mandare in frantumi la sua immagine, invero raramente suffragata dalla realtà, di leader decisionista e capace di leadership forte. L’arrivo dei manifestanti a due passi dalla Casa Bianca, la fuga del Presidente in un bunker, l’inseguimento di un reporter della Fox a Lafayette Square, nel cuore della capitale, ad opera dei protestanti sono tutti segnali di un indebolimento della leadership. Forzando i toni, Carlson azzarda un paragone con Nerone che abbandona Roma in tempo di crisi: ma il rischio è che con la gestione rapsodica delle crisi la Casa Bianca rischi un crollo di popolarità.

Sul virus e sulle proteste Trump si è mostrato volatile, incostante: il suo consigliere alla Sicurezza Nazionale Robert O’Brien si è dichiarato vicino ai “manifestanti pacifici”, senza però individuare organizzazioni precise di riferimento. Trump ha oscillato tra il cordoglio per il dolore della famiglia Floyd, la minaccia di mobilitare le truppe e il richiamo “nixoniano” alla maggioranza silenziosa, ovvero il cuore profondo laborioso e moderato della società statunitense.

Si tratta di una gara a chi tira di più la corda: i democratici rischiano sul tema dell’identificazione tra Trump e il razzismo e sul sostegno generalizzato ai moti; i repubblicani, invece, vedono una minaccia politica da una possibile imputazione di incapacità gestionale a Trump nel caso in cui non si assista a un pronto riflusso della violenza e delle proteste. Carlson accusa in particolare la debolezza dell’élite americana: “la debolezza chiama l’aggressività: questo è vero in natura e ancora più in una società umana. I nostri leader sono deboli, e i saccheggiatori lo sanno. Ecco perchè tutto questo sta accadendo”. Mai come oggi la maggioranza silenziosa è, in realtà, ammutolita, stupita dall’escalation di violenza e dall’incapacità della politica di porvi un freno o di evitare di sfruttarla cinicamente. Della morte di George Floyd, purtroppo, sembra non importi più niente a nessuno: l’America è in fiamme e in giro si vedono molti piromani e pochi pompieri.

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