Skip to content
Politica

L’ambasciatore Usa Barrak: dal 1946 abbiamo promosso 93 colpi di Stato, nessuno ha funzionato. ora si cambia…

L'ambasciatore Usa in Turchia, nonché vecchio amico di Trump, spiega con parole forti perché gli Usa cambiano la loro politica estera.
Tom Barrak

Se qualcuno vuole la versione for dummies della nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Usa (da leggere integrale qui) può dare un’occhiata alla più recente dichiarazione di Thomas Barrack detto Tom, 78 anni, ambasciatore degli Usa in Turchia nonché inviato speciale di Donald Trump per la Siria. È l’ennesimo immobiliarista alla corte di The Donald ed è un suo amico personale. Forse anche qualcosa di più, visto che nel 2010 salvò Jared Kushner, genero di Trump e all’epoca agli albori della sua carriera di venture capitalist, da un’ipotesi di fallimento investendo un congruo pacchetto di milioni di dollari.

Barrack, però, non è solo questo. È anche un uomo d’affari che conosce a menadito le petromonarchie del Golfo Persico, dove ha fatto grandi investimenti e grandi profitti, e più in generale il Medio Oriente, dove ha stretto relazioni ai più alti livelli. E, nonostante questo e la veste diplomatica, non ha rinunciato a parlare chiaro. Così ieri Barrack ha detto quanto segue: “I cambiamenti di regime in realtà non hanno mai funzionato.  Dal 1946 a oggi… in tutti questi anni, con l’intervento degli Stati Uniti, ci sono stati 93 colpi di Stato o cambiamenti di regime. Tutti sono falliti. Per questo i miei capi, il Segretario di Stato Rubio e il Presidente Trump, sono contrari ai cambiamenti di regime”.

Già è insolito che un ambasciatore Usa parli di 93 “colpi di Stato o cambiamenti di regime” orchestrati dal suo Paese. Ancor più insolito che li definisca tutti un fallimento. Estremamente significativo, però, che ne parli proprio adesso, mentre gli Usa ridefiniscono in modo clamoroso le loro priorità in politica estera, in buona sostanza facendo capire due cose. La prima, di non essere più disponibili a infilarsi come pistoleri in tutte le crisi che, dal loro punto di vista, sono locali e nulla o poco influenti rispetto ai loro interessi fondamentali. Se se ne occupano, è per fare affari, ovvero proteggere in altro modo quegli stessi interessi: viene da qui l’amore di Donald Trump per i trattati di pace, come dimostrano le sue partecipazioni da mediatore alle ultime crisi: per esempio a quella tra Azerbaigian e Armenia (con il Corridoio di Zangezur assegnato per cento anni al controllo Usa), a quella tra India e Pakistan (con grandi progetti di scambi commerciali sull’uscio di casa della Cina), o, come ha ben raccontato Andrea Muratore in queste nostre pagine, convocando a Washington i leader di Congo e Ruanda per provare a siglare un’intesa che mette per lui sul piatto anche un succoso patto minerario con le vaste risorse congolesi.

La seconda cosa, conseguente alla prima, è questa: se con i “piccoli” (che non possono certo scegliere il confronto) si parla la lingua degli affari e del dollaro, la lingua della politica si parla con i “grossi”, che agli occhi di Trump sono, almeno oggi, e anche se per ragioni diverse, Russia e Cina. L’Europa no, perché considerata debole, burocratica, pretenziosa, parassitaria e fondamentalmente inutile.

Brutto, vero? Però, se uno ci pensa: che bisogno hanno gli Usa di noi? Possono difendersi da soli, sono la massima potenza energetica al mondo, sono la culla di tutte le nuove tecnologia (la Cina rimonta ma deve ancora mangiare pagnotte), hanno la moneta di riferimento mondiale… Certo, ci sarebbe il legame culturale… Un po’ poco. La cosa più curiosa è che a lamentarsene, oggi, siano proprio coloro che hanno sempre respinto con sdegno le opinioni di coloro (qualificati subito come antieuropei) che invitavano a prendere qualche distanza dagli Usa, magari con una politica di difesa autonoma, una politica estera più indipendente… Pensando che il bidenismo fosse una categoria dello spirito e non una stagione politica transeunte e non capendo che il Trump di questo secondo mandato è ben diverso dal Trump del primo: quest’ultimo non è il pasticcione di otto anni fa, quest’ultimo sta cambiando l’America.

E così si affaccia all’orizzonte l’ipotesi giustamente più temuta in Europa, quella di una seconda Yalta con Xi Jinping al posto di Winston Churchill. Da Macron (“Tradimento!”) fino all’ultimo giornalista si sprecano gli epiteti morali o moraleggianti. Hanno anche ragione, da un certo punto di vista. Ma questa che protesta è anche l’Europa che ha a suo tempo ha appoggiato l’invasione dell’Iraq, che ha devastato la Libia, che ha militarmente controllato fino a ieri pezzi d’Africa. Che per due anni ha assistito inerte (ma in molti casi complice) al massacro dei palestinesi, permettendosi di dire con il cancelliere tedesco Friedrich Merz che “Israele fa il lavoro sporco per noi”. Alla gara del cinismo non arriviamo ultimi.

Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.