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Da quando l’Unione Sovietica è implosa, l’Asia centrale è divenuta un gigantesco teatro di battaglia e conquista fra le principali potenze regionali, come Cina, Pakistan, Iran, Turchia, al quale sono interessati in maniera crescente anche gli Stati Uniti. La Russia, inizialmente obbligata a focalizzarsi su questioni interne, come la quasi-guerra civile ed il separatismo nordcaucasico, non ha potuto evitare né rallentare la corsa agli -stan, conservando comunque un’influenza di primo piano nelle dinamiche che ivi hanno luogo.

L’arrivo di Teheran, però, ha determinato l’entrata in scena di altri due attori, che dal 1979 sono in conflitto con il regime rivoluzionario khomeinista: Arabia Saudita e Israele. Mentre la penetrazione di quest’ultimo è ai primordi ed è ancora incapace di generare effetti rivelanti, la presenza di Riyad è molto più pervasiva, in ognuno degli -stan, e tocca ogni settore di rilievo: dall’economia alla religione.

Alla conquista degli -stan

L’Arabia Saudita, affiancata dalle altre petromonarchie del golfo, in primis gli Emirati Arabi Uniti, è presente nello scenario centroasiatico sin dall’immediato post-guerra fredda e ha utilizzato il più efficace strumento diplomatico che ha a disposizione per ossificare il proprio ruolo: i petrodollari. Riyad ha giocato un ruolo molto importante nel consentire agli -stan di ampliare la rete infrastrutturale per il trasporto di idrocarburi di eredità sovietica, investendo nella costruzione di nuovi gasdotti ed oleodotti bypassanti i territori russi, sia per ridurre la dipendenza da Mosca che per abbattere il prezzo finale del prodotto legato ai costi di passaggio.

L’ampliamento della rete energetica è avvenuto sia per mezzo di investimenti che di maxi-prestiti. Proprio un finanziamento saudita ha consentito al Turkmenistan di iniziare i lavori per l’ambizioso gasdotto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) che, se completato, sarà uno dei principali successi di Riyad ottenuti nell’area -stan e anche nell’Asia meridionale.

Sempre in tema di energia, il 5 marzo, Uzbekistan e Arabia Saudita hanno concluso tre accordi di collaborazione strategica dal valore di oltre 2 miliardi di dollari nei settori dell’elettricità, dell’eolico e della formazione professionale. Gli accordi hanno una portata storica: Tashkent ha scelto Riyad per la costruzione di un gigantesco impianto per la generazione di energia elettrica dalla capacità di 1500 megawatt e di un impianto per la produzione di energia eolica dalla capacità di 500-1000 megawatt che, secondo il ministro dell’energia uzbeko Alisher Sultanov, “rappresentano una storica pietra miliare per l’Uzbekistan” in quanto “supportano nostra missione di rafforzare la sicurezza energetica attraverso fonti di energia autosufficienti”. Riyad, inoltre, si occuperà di aprire un centro di formazione in Uzbekistan, all’interno del quale verranno formati i professionisti dell’energia.

La funzione anti-iraniana

Il principale motivo per cui l’Arabia Saudita è interessata ad espandere il raggio d’azione nell’Asia ex sovietica è il contenimento dell’Iran. Teheran è entrata negli -stan dapprima che l’Unione Sovietica implodesse, galvanizzando la rinascita islamica che sul finire degli anni ’80 avrebbe accelerato il crollo del comunismo ma anche lo scoppio di sanguinose guerre civili fra le forze politico-sociali laiche e quelle religiose.

Lo scopo anti-iraniano della penetrazione di Riyad si è palesato nel tempo: laddove aumenta l’esposizione saudita, lì cresce l’ostilità delle istituzioni verso l’Iran. Il Tagikistan è il caso più emblematico: la stretta sull’islam radicale inaugurata dal presidente Emomali Rahmon, che negli ultimi tre anni ha portato alla chiusura di circa 2mila moschee in tutto il paese, ha colpito essenzialmente i luoghi di culto e i centri culturali vicini tanto ai Fratelli Musulmani, quindi alla Turchia, che all’Iran.

L’agenda anti-islam radicale di Rahmon ha comportato l’installazione di telecamere all’interno delle moschee, l’imposizione di nuove leggi sul costume, l’espulsione di predicatori stranieri, ed è iniziata all’indomani dell’entrata di Riyad nel paese, avvenuta nel 2015 con un’iniezione di capitale plurimiliardaria mirante a non far collassare la debole economia tagika. Nello stesso periodo sono anche iniziati gli screzi diplomatici con Teheran, manifestatisi con forza nel temporeggiamento del governo tagiko inerente il ripagamento di un debito da 62 milioni di dollari, nell’apertura di cacce alle streghe contro affaristi iraniani e membri dell’opposizione accusati di essere agenti di Teheran, e nella decisione dell’ayatollah Ali Khamenei di invitare il principale detrattore di Rahmon, Muhiddin Kabiri, a visitare il paese nel dicembre 2015.

Il Tagikistan è divenuto rapidamente un protettorato saudita. Il governo tagiko, ad esempio, sta bloccando il processo d’incorporamento dell’Iran nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, alla quale Teheran è legato come stato osservatore.

Possibili problemi per Russia e Cina

L’Arabia Saudita ha dimostrato di possedere un’incredibile influenza sugli -stan e il motivo è piuttosto semplice: si tratta di paesi le cui economie sono sottosviluppate, troncate, scarsamente diversificate, perciò i governanti, pur tenendo conto delle grandi dinamiche geopolitiche continentali, non disdegnano l’arrivo di nuovi giocatori, di nuovi offerenti, di nuovo capitale. Invadendo di petrodollari paesi come Tagikistan e Uzbekistan, l’Arabia Saudita è riuscita in un arco di tempo relativamente breve ad estromettere dalle due scene l’Iran, la cui presenza era invece datata e profonda.

Per Riyad si rivelerà più arduo il compito di aumentare la propria influenza in Kazakistan, la prima economia dell’Asia ex sovietica ed anche l’attore più autonomo e meno incline a sopportare le interferenze straniere, ma ciò che conta è che la petromonarchia sia riuscita a sbarcare nella regione, ritagliandosi una sfera d’azione che potrebbe servire da trampolino di lancio per future operazioni.

Oggi, quelle operazioni sono dirette contro Teheran, ma essendo Riyad il custode fedele ed integerrimo degli interessi statunitensi nel Medio oriente, non è da escludere che nel prossimo futuro si possa assistere a tentativi di bilanciamento in chiave anti-russa ed anti-cinese. Sarà il modo in cui gli -stan decideranno di muoversi nel quadro dell’Unione Economica Eurasiatica e della Belt and Road Initiative a mostrare quali sono gli obiettivi di Riyad nei confronti di Mosca e Pechino.