Sono giorni di fuoco – nel vero senso della parola – quelli che stanno vivendo gli Stati Uniti d’America, a seguito della nuova insurrezione contro le istituzioni della comunità nera a seguito dell’omicidio da parte delle forze dell’ordine dell’afroamericano di 46 anni George Floyd. Uno scenario inquietante, che vede le caserme dei poliziotti americani venir incendiate dai manifestanti e le cariche delle forze dell’ordine sulla manifestazione, in un clima che si avvicina molto ad una guerra civile. E in un momento così complicato per gli Stati Uniti, già alle prese con i mutati equilibri geopolitici internazionali e con la graduale uscita dal lockdown, la battaglia che si sta volgendo sul suolo americano potrebbe ben presto prendere i connotati non soltanto di uno scontro sociale ma anche politico, con Joe Biden e Donald Trump che hanno già scelto il proprio schieramento.

L’entourage di Biden paga le cauzioni degli insorti

Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, già tredici membri della squadra di Biden avrebbero compiuto donazioni nei confronti della società no-profit della Minnesota Freedom Fund, la quale ottempera al compito di pagare la cauzione per coloro che vengono imprigionati a seguito delle proteste. Una posizione, questa che evidenzia molto bene la fazione che il candidato democratico in corsa contro Trump per le prossime presidenziali abbia deciso di sostenere. A causa però delle che gli sono giunte da molti esponenti politici – anche democratici – Biden ha dovuto però precisare come il suo appoggio si limiti alle marce pacifiche ed alla manifestazione dell’uguaglianza razziale, condannando però gli episodi di violenza e di criminalità che stanno circondando l’evento, quasi incessante da una settimana a questa parte.

Trump accusa Biden, ma le paure sono tante

A seguito della diffusione della notizia legata ai finanziamenti alla no-profit da parte dell’entourage del rivale, Trump ha condannato il comportamento, sostenendo come favorisca un’insurrezione nei confronti dell’ordine costituito. Inoltre – e a seguito dell’espansione a macchia d’olio delle proteste – ha dichiarato la sua intenzione di portare avanti la repressione dei comportamenti più violenti, con lo scopo di riportare il Paese nella stabilità.

Tuttavia, da parte della Casa Bianca sono molte le preoccupazioni legate alla recente ondata di manifestazioni e non riguardano principalmente la situazione statica del momento, che con uno sguardo empirico sarà presumibilmente rientrata nell’arco di poche settimane. Le maggiori paranoie derivano invece dalla possibilità che il non riuscire a garantire l’ordine pubblico – come al tempo stesso una sua repressione troppo forte – possano sfavorire la campagna presidenziale di novembre, con la figura del Tycoon che rischia di uscirne indebolita. Non soltanto nei confronti della popolazione afroamericana – che già non simpatizza per il repubblicano – quanto più tra quei conservatori che vedono nella recente ondata di proteste un’incapacità nel saper gestire l’ordine pubblico federale. E proprio quest’ultimo fattore è quello che sta preoccupando maggiormente la destra americana, paralizzando una risposta centralizzata che in questa situazione sarebbe più che necessaria ed in linea con quanto fatto dallo stesso Trump in questi tre anni e mezzo di gerenza americana.

“Diritti e Uguaglianza” contro “Ordine e Tradizione”

È impossibile non accorgersi di quanto i recenti avvenimenti che si stanno verificando negli Stati Uniti abbiano cambiato le carte in tavola per quanto riguarda la campagna elettorale, che sino a questo momento era stata giocata sul classico dualismo economico-sociale al quale gli usa ci hanno abituato dall’inizio dello scorso secolo. In questo scenario alterato, infatti, ci si rende conto di come la battaglia venga spostato in un terreno sconosciuto – e minato – per entrambi i candidati, costretti a giocarsi la partita sulle tematiche sociali e culturali del Paese, in un contesto ancora divisivo in quasi tutto il Paese. Mentre una risposta netta di entrambe le parti permetterebbe infatti di fortificare il consenso nelle proprie roccaforti, dall’altra minerebbe la possibilità di fare breccia nelle terre contese: quanto mai discriminanti nelle elezioni presidenziali. E in questo scenario, forse, tutte le rilevazioni che sono state fatte dalle agenzie di statistica sono quasi da gettare nel dimenticatoio: le regole del gioco sono state cambiate.

Da qui, ci si aspetterebbe dunque che la campagna elettorale democratica venga giocata sui diritti della comunità afroamericana – estesa in generale alle minoranze – mentre quella repubblicana sulla necessità di unità di intenti e di ordine pubblico. Tuttavia, entrambe le strategie se non ponderate rischiano di non ottenere la fiducia degli elettori, impauriti a loro volta delle conseguenze di una polarizzazione dell’idea politica attorno agli avvenimenti che stanno avendo luogo nel Paese.

Dopo la presa di posizione di Biden – non a caso, ben ponderata dalla critica alle manifestazioni di violenza – adesso la palla passa però al presidente Trump: che dovrà scegliere la tattica offensiva per girare nuovamente la partita a proprio favore, in un contesto comunque tutt’altro che favorevole. In fin dei conti, infatti, il candidato repubblicano rappresenta lo stereotipo stesso del maschio bianco americano, ossia l’avversario, insieme alle forze dell’ordine, del fronte di protesta afroamericano; situazione questa che lo mette nella condizione di dover agire fuori dall’atteso per sfilarsi dalle critiche e salvare la propria immagine. Quale che sia questa mossa, però, al momento è soltanto ipotizzabile, ma traducibile in una condanna ed una repressione delle proteste più violente unita ad una risposta ferma anche nei confronti delle forze dell’ordine: insomma, non uno ma due nemici contro cui scagliare l’attenzione popolare. E se l’asso verrà calato nel modo corretto, ecco che allora lo stesso Biden potrebbe rimanere vittima della propria mossa a sostegno dei rivoltosi, obbligandolo ad una nuova rincorsa con pochi pigli però sui quali potersi agganciare.

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