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Se i fatti di Charlottesville hanno ribadito al mondo l’esistenza dell’Alt-Right americana, quello stesso episodio ha fatto emergere un altro spaccato sotterraneo della politica a stelle e strisce: l’Alt-Left. Nello scontro tra suprematisti bianchi, gente comune e studenti ideologizzati avvenuto attorno alla statua del generale Lee,  per la maggior parte dei cronisti sono state protagoniste, infatti, almeno due parti. “Parlate tanto di Alt-Right… e allora l’Alt-Left, che si è presentata impugnando bastoni?”, aveva dichiarato Donald Trump in una delle sue sottolineature pubbliche di condanna successive agli scontri nella cittadina della Virginia. Il presidente degli Stati Uniti, in realtà, nell’identificare chi voleva abbattere la statua del generale sudista con la categoria dell’Alt-Left, ha operato una discreta generalizzazione: chi se l’è presa con le statue, sia nel caso del parco dell “Old Dominion State” sia nel caso di quelle di Cristoforo Colombo o Italo Balbo, è meno addentro specifiche rigidità dottrinali nelle quali l’Alt-Left, effettivamente, è invece confinata. E la moda di abbattere le statue sta interessando molto di più gruppi politici che hanno ereditato le istanze della rivolta di Berkeley del 68’o retaggi derivanti dalla guerra civile americana. L’Alt-Left, insomma, è un’altra cosa e in Italia è genericamente raffigurata con l’utilizzo del termine “rossobruni”. Sarà più facile, adesso, comprendere perché molti tra gli analisti politici americani sostengono che l’Alt-Left abbia votato per Donald Trump, pur di non votare Hilary Clinton. 

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L’Alt-Left, di cui si comincia a parlare sempre di più. è quella tipologia di sinistra che è sì anticapitalista, ma anche molto in critica in materia d’immigrazione e fortemente contraria all’interventismo armato negli stati stranieri. In un articolo pubblicato dalla versione americana di Vanity Fair, nel pantheon di questa “sottocategoria” della sinistra più estrema, come scritto da Anna Momigliano su Rivista Studio, sono stati inseriti: Julian Assange, Glenn Greenwald ed altri “progressisti puritani” attratti dal fenomeno del Trump leftism, cioè del sovranismo riletto in chiave americana. Uno dei fattori che ha attratto il consenso di questi esponenti, oltre alle antipatie per la Clinton, è sicuramente la posizione di Trump sulla questione siriana. L’Alt-Left, del resto, ha in Vladimir Putin e nella sua idea nazionale russa un riferimento costante, tanto per le politiche interne quanto per le scelte operate in politica estera dal presidente della federazione russa. Quando Marine Le Pen, il 28 aprile del 2017, poi, durante la campagna elettorale per il ballottaggio presidenziale, si è rivolta agli elettori della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. per chiedere di costruire un fronte comune contro l’europeismo di Emmanuel Macron, faceva appello ad istanze simili a quelle sostenute dalla sinistra alternativa americana. Il Rust Belt, la zona compresa tra i grandi laghi ed il Midwest, quella più interessata agli effetti della crisi economica, è considerabile come l’Insoumise delle presidenziali americane. 

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La contiguità tra l’Alt-Right (right-wing populism) e l’Alt-Left (left-wing populism) esiste e coinvolge tutti quelli che, percependo la distanza del potere e avendo subito le conseguenze della globalizzazione incontrollata, cercano di trovare una risposta concreta alla crisi lavorativa-esistenziale, accorciando le distanze tra popolo e stanze del potere. Le finalità percepite come necessarie da ambi i lati sono le stesse: il termine della tensione sociale procurata dall’immigrazione incontrollata, la difesa dell’economia nazionale a scapito dei trattati sovranazionali, il ritorno del ruolo di rappresentanza della politica per i ceti popolari e una svolta tendente all’autonomismo in politica estera. E quando in America dovettero scegliere tra l’interventismo della Clinton e l’indipendentismo propagandato da Trump, in questi ambienti dell’Alt-Left non sono sorti dubbi: sulla Siria di Assad buona parte della sinistra socialista americana ha sostenuto la bontà dell’antimperialismo, quindi del non intervento. Bernie Sanders, il candidato sconfitto dalla Clinton nelle primarie, ha provato ad introdurre nel manifesto programmatico del partito democratico una modifica per cui i democratici si impegnavano a rifiutare qualunque intervento militare nei confronti del presidente siriano Bashar Assad, compresa anche l’istituzione di una no-fly zone. Modifiche che, tuttavia, non sono state apportate. Ma il consenso di Sanders, outsider che aveva messo in difficoltà la Clinton durante le primarie, ha pesato sull’esito finale delle elezioni. 

Glenn Edward Greenwald è probabilmente il personaggio americano più rappresentativo di questo fenomeno. Giornalista vincitore del premio Pulitzer per alcuni articoli pubblicati sul Guardian riguardanti informazioni sulla Cia avute da Edward Snowden, Greenwald ha cambiato residenza dagli Stati Uniti al Brasile, quando nel 2016 venne promulgato il Defense of Marriage Act, cioè l’impedimento legislativo federale al riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Greenwald, insomma, è un progressista, non sospettabile di trumpismo, ma si è schierato mediaticamente dalla parte di Trump persino nel caso del Russiagate. L’Alt-Left americana, in definitiva, è la sinistra antinternazionalista che ha visto in Trump la possibilità di rivoluzionare tanto le logiche interne agli Stati Uniti quanto le classiche modalità d’intervento dell’esercito americano nelle aree di crisi del mondo. In Italia, banalmente, si è sempre chiamata “sinistra nazionale”. Tra i guru tipicamente in grado di raffigurare efficacemente il pensiero dell’Alt-Left nel mondo c’è Alexsandr Dugin, politologo russo, teorizzatore dell’Euroasia e, non a caso, ideologo di Vladimir Putin. Il banco di prova delle simpatie della sinistra nazionale per Trump risiede nella coerenza che Trump dimostrerà di avere rispetto al suo programma elettorale, per quella presidenza targata sovranismo che Steve Bannon, tuttavia, ha già dichiarato conclusa. 

 

 

 

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