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Russia, Turchia e Israele hanno ottenuto innegabili vantaggi in Azerbaigian e nel Caucaso meridionale, come risultato e conseguenza del modo in cui è terminata la seconda guerra del Nagorno Karabakh. L’esposizione russa e turca a Baku, e a latere nell’intera regione, è riflesso e manifestazione di una mescolanza di fattori e moventi culturali, geografici, etnici e religiosi, mentre l’ingresso israeliano – avvenuto nell’immediato post-indipendenza – è spiegabile attraverso le logiche della geostrategia.

L’arsenale azero parla ebraico

Il ruolo israeliano è stato determinante nel permettere all’Azerbaigian di ottenere una vittoria totale sulle forze armate dell’Armenia. Perché l’arsenale azero parla ebraico (e anche tanto) e il pubblico se n’è ricordato in occasione della seconda guerra del Karabakh Superiore, quando ha potuto vedere il passaggio di veicoli per il trasporto truppe come gli M-462 “Abir” e Ail Storm, assistere all’utilizzo di sistemi lanciarazzi come i Lynx Extra, i Lar 160 e i Lynx GradLAR e, infine, essere testimone della micidialità dei cosiddetti droni suicidi, o kamikaze, come gli Orbiter 2M, gli Heron, Harop e Searcher 2, gli Aerostar e gli Elbit Hermes 450 e 900.

A ciò si aggiunga che, oltre a droni e veicoli, l’Azerbaigian ha a propria disposizione un piccolo arsenale di missili Lora (LOng Range Attack), una produzione all’avanguardia dell’Israeli Aerospace Industries (IAI).

L’interscambio militare

Curiosamente, ma non sorprendentemente, non è la Russia a ricoprire la prima posizione nella classifica del commercio di prodotti bellici e tecnologia militare con l’Azerbaigian: è Israele. Quest’ultimo, come riporta il prestigioso Institute for War and Peace Reporting, è stato il primo e principale fornitore di armamenti di Baku fra il 2015 e il 2019, essendo la fonte del 60% degli acquisti medi annuali, seguito a lunga distanza da Mosca (31%) e Ankara (3,2%).

Il Ministero della Difesa di Israele non pubblica i dati relativi agli affari conclusi con i singoli Paesi, ma sono comunque disponibili alcune cifre utili a comprendere effettivamente il volume dell’interscambio. Secondo quanto dichiarato da Ilham Aliyev nel 2016, Baku avrebbe comperato armamenti sul mercato israeliano per 4 miliardi e 850 milioni di dollari fino a quel momento.

Il reinvestimento dei proventi petroliferi nell’ammodernamento e nel potenziamento dell’arsenale delle forze armate, sostanzialmente reso possibile dal rifornimento presso il pioneristico mercato israeliano, ha superato la prova della storia nell’autunno 2020, in occasione della seconda guerra nel Nagorno Karabakh, che ha sancito la trasformazione dell’Azerbaigian in una potenza militare di primo livello – 64esimo esercito più forte del mondo, di gran lunga davanti a quello armeno, in 111esima posizione (Global Firepower 2020).

Più che partner in armi, amici stretti

Il modo in cui l’autorevole Centro Begin-Sadat per gli studi strategici descrive la nazione sudcaucasica è essenziale ai fini della comprensione dell’importanza e dell’estensione dell’asse azero-israeliano: “L’Azerbaigian è uno degli amici più stretti di Israele nel mondo islamico […] ed è altamente probabile che, nel prossimo futuro, le loro relazioni potranno soltanto migliorare in aree come la cooperazione scientifica, l’agricoltura e gli scambi culturali. […] Questi due piccoli Paesi localizzati nel Medio Oriente esteso hanno trovato la miscela unica per una relazione simbiotica di successo in un ambiente altamente insicuro”.

La simbiosi azero-israeliana, suggellata nel contesto della “diplomazia periferica” di Tel Aviv e fondata su una comune finalità – il contenimento di Teheran –, viene costantemente oliata, aggiornata e approfondita attraverso appuntamenti diplomatici di prim’ordine, come rammentano gli approdi a Baku di Shimon Peres (2009) e Benjamin Netanyahu (1997 e 2016), grazie al lobbismo svolto da alcune delle più importanti realtà dell’internazionale ebraica, come l’influente World Jewish Congress (2016), e per mezzo degli accordi periodicamente siglati per intensificare ed estendere la cooperazione bilaterale.

Dal commercio alla cultura

Dati alla mano, Israele figura tra i principali partner commerciali dell’Azerbaigian: il 6,78% dei prodotti azeri ha avuto come destinazione il mercato israeliano nel 2019, specialmente di origine energetica e agroindustriale, e azero è il 40% del petrolio che viene consumato annualmente dagli israeliani.

Commercio, energia e armamenti a parte, le relazioni bilaterali sono particolarmente fitte e solide anche nella cultura e nella cooperazione umanitaria. Medici volontari provenienti da Israele, ad esempio, hanno fatto approdo a Baku nel dopoguerra con l’obiettivo di erogare cure specializzate a centocinquanta pazienti, veterani del conflitto, richiedenti trattamenti oftalmologici e neurologici avanzati, dalla ricostruzione delle cavità anoftalmiche al restauro delle palpebre. Straordinari, in alcuni casi, i risultati conseguiti, come il recupero integrale della vista.

Le origini del sodalizio

Israele e Azerbaigian hanno stabilito relazioni diplomatiche il 7 aprile 1992, sebbene il primo avesse riconosciuto l’indipendenza del secondo già nel dicembre dell’anno precedente. Ad ogni modo, il dialogo e la cooperazione tra le due nazioni erano forti anche in assenza di ufficialità: è nel corso della prima guerra del Nagorno Karabakh, invero, che avviene il primo incontro fra le armi israeliane e i soldati azeri.

Israele era alla ricerca di alleati nell’islamosfera ai fini della sicurezza nazionale e della stabilità regionale – leggasi Iran –, mentre l’Azerbaigian aveva da poco ottenuto l’indipendenza dal Cremlino, aveva sperimentato una tremenda guerra all’interno del proprio territorio e non voleva diventare un’oasi dell’Islam radicale. Il primo possedeva armi da vendere, capitale per acquistare una vasta gamma di beni dal mercato azero e (tanta) intelligence da fornire. Il secondo aveva bisogno di ricostruire il proprio esercito e controllava tra i più ricchi giacimenti di idrocarburi dell’area transcaspica. V’erano, in breve, tutti gli elementi utili alla forgiatura di un sodalizio adamantino.

Ultimo, ma assolutamente non meno importante, l’Azerbaigian era (ed è) casa di un’antichissima ed integrata comunità ebraica composta da circa 30mila persone, punto di contatto sul quale entrambi i paesi avrebbero potuto fare leva per giustificare e dare un senso al loro partenariato.

La storia ha dato ragione a chi negli anni Novanta, tanto a Baku quanto a Tel Aviv, scelse di investire nell’inusuale partenariato azero-israeliano. Giacché complementarità economiche e interessi convergenti, capitalizzati in maniera ottimale, hanno contribuito a migliorare la sicurezza fisica ed economica di entrambi.





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