I servizi segreti non hanno mai nascosto che lo jihadismo in Spagna fosse una minaccia costante e soprattutto crescente. L’attentato di Barcellona e quello sventato a Cambrils, con la scoperta di una cellula radicale ben collegata su tutto il territorio catalano, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di un sistema fondamentalista che risiede in Spagna da molto tempo. Un sistema che ai servizi segreti è noto da molti anni e che hanno più volte reso oggetto di studi, soprattutto per i legami con Paesi stranieri, in particolare mediorientali e nordafricani. Già nel 2011, il Centro Nacional de Inteligencia (CNI), in altre parole l’intelligence di Madrid, aveva avvertito dei rischi di questi flussi di denaro e del rapporto di questi soldi con la crescita del fondamentalismo islamico in tutto il territorio spagnolo. In un rapporto segreto inviato il 16 maggio dal direttore della CNI, generale Felix Sanz Roldan, ai ministri degli Esteri, della Difesa e dell’Interno, cui ebbe accesso il quotidiano El País, si analizzavano, con estrema preoccupazione, il finanziamento e il supporto fornito da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Libia e, soprattutto, Marocco, ai musulmani in Spagna. Una comunità in crescita e che già sei anni fa contava almeno un milione e 200mila individui.
Come segnala il documento cui ebbe accesso El País, “le conseguenze di questo finanziamento si tramutano in atteggiamenti negativi per la convivenza, come ad esempio nell’emersione di ghetti e di società parallele, di tribunali e di sistemi di polizia islamici al di fuori della normativa vigente, nella mancanza di istruzione per le ragazze, nei matrimoni forzati”. E inoltre: “Non c’è abbastanza controllo sui flussi finanziari che coinvolgono le sovvenzioni e gli aiuti provenienti da altri paesi e che giungono alla comunità islamica in Spagna”, dice il Centro Nacional de Inteligencia. “È necessario che i paesi donatori siano pienamente consapevoli dei rischi che comporta il finanziamento a entità individuali”. Il report ebbe a quel tempo parecchia risonanza all’interno dei ministeri cui fu rivolto. Per cercare di elevare l’attenzione internazionale sul tema, due alti funzionari degli Esteri e della Giustizia – Dámaso de Lario e José Manuel López Rodrigo- effettuarono nel giugno dello stesso anno un tour di tre paesi del Golfo (Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Oman) e si recarono dopo il Ramadan anche a Riad e Doha.
Il governo spagnolo, a quei tempi presieduto da Zapatero, cercò di limitare i danni chiedendo ai governi del Golfo e nordafricani di impegnarsi affinché questi finanziamenti fossero correlati da una serie di garanzie su dove fossero destinati e soprattutto su cosa fosse supportato. Con l’obiettivo, a lungo termine, di far definitivamente smettere questo continuo flusso di petroldollari verso la comunità islamica spagnola, di solito parallelo a una profonda volontà di fare proselitismo e di radicalizzare le comunità di riferimento. Ogni Paese straniero ha, infatti, una sua area dell’islam locale che finanzia, anche soltanto a livello territoriale, ed esistono organizzazioni che sono note per avere supporto economico e politico da un certo Paese terzo piuttosto che da un altro.
Tra i Paesi più menzionato dal documento del CNI, a quei tempi vi era il Kuwait. Secondo quanto espresso dall’intelligence spagnola, attraverso la Società per la rinascita del patrimonio islamico (RIHS), il Paese del Golfo ha finanziato la costruzione di moschee a Reus e Torredembarra, in Catalogna. Luoghi particolarmente pericolosi secondo il report dell’intelligence perché “si diffonde un’interpretazione religiosa contraria all’integrazione nella società spagnola, e che promuove la separazione e l’odio contro i non musulmani”. A conferma del pericolo, nel 2008 la RIHS del Kuwait è stata inclusa dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni che hanno finanziato Al Qaeda. Il Qatar, invece, secondo il report, era collegato al finanziamento della Liga Islámica para el Diálogo y la Convivencia en España, organizzazione collegata alla Fratellanza Musulmana in Siria e che ha forti connessione con il Centro Culturale Islamico Catalano. Catalogna dunque, che torna, di nuovo, a essere al centro di questo rapporto fra terrorismo, finanziamenti esterni dal Golfo e crescita del salafismo. Gli Emirati avevano il loro ponte in Spagna attraverso Al Morabitum, organizzazione che riunisce i convertiti all’islam su tutto il territorio iberico. E lo stesso Muammar Gheddafi mostrò per molti anni di avere rapporti privilegiati con la Junta Islámica de España.
L’esplosione del salafismo in Catalogna mostra a questo punto come, dopo sei anni, i servizi segreti spagnoli avevano compreso bene quale fosse uno dei tanti canali con cui cresceva e si alimentava il fondamentalismo islamico: il finanziamento estero. Arabia Saudita e Qatar continuano a essere i maggiori mecenati del wahabismo e del salafismo, creano vere e proprie centrali questa radicalizzazione. Se qualcosa è stato fatto, purtroppo è stato quasi inutile. I soldi continuano ad arrivare e non deve sorprendere se si guarda soltanto all’importanza dei fondi qatarioti in un business enorme quale il calcio, che in Spagna muove quantità infinite di denaro, ma anche in campi impensabili come l’agricoltura, che vede finanziamenti di Doha perfino nella poverissima regione dell’Extremadura. I dollari del Golfo arrivano. E con essi arrivano le moschee, i centri culturali islamici ma soprattutto l’influenza politica di questi Stati sulle scelte dei governi. La Spagna, forse, comincia solo ora a comprendere, con anni di ritardo, questo circuito di soldi e integralismo che i servizi segreti avevano intercettato anni fa.
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