All’interno del governo giallorosso Luigi Di Maio è quello che teme maggiormente una nuova ondata migratoria. La preoccupazione del capo politico del Movimento Cinque Stelle è rivolta soprattutto alla possibile discontinuità con quanto votato da alleato della Lega, all’interno del primo governo di Giuseppe Conte. Discontinuità richiesta soprattutto dalla sinistra del Partito democratico, che a livello politico condannerebbe però nei sondaggi definitivamente i grillini. Per questo motivo, Di Maio, da ministro degli Esteri, non ha mai visto di buon occhio l’accordo di Malta, rivelatosi una beffa, così come ha puntato la sua attenzione sul programma dei rimpatri. Non da ultimo, Di Maio ha anche difeso il memorandum con la Libia.

“Più di mezzo milione di migranti diretti in Italia”

Il leader politico del Movimento, è stato accusato da una parte della stessa maggioranza di essere stato promotore del rinnovo del memorandum con la Libia. Di quell’accordo cioè siglato dal governo Gentiloni con il premier libico Al Sarraj, con il quale è stata avviata un’intensa collaborazione con la Guardia Costiera di Tripoli. Un’intesa contro la quale, a pochi giorni dall’automatico e silente rinnovo, si sono schierati almeno 25 parlamentari che sostengono il Conte II. Alla fine però, grazie all’automatismo stabilito nel 2017 per rinnovare l’intesa, il governo non ha dovuto effettuare alcun nuovo passaggio parlamentare per confermare il memorandum. Per placare gli animi, come confermato dall’informativa del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese nei giorni scorsi, l’esecutivo ha deciso di richiedere alla controparte libica delle modifiche all’accordo in modo da migliorare le condizioni dei migranti nei centri d’accoglienza a Tripoli, oggetto principale delle critiche piovute da sinistra.

Una posizione, quella del Conte II, che però non ha sortito l’effetto di sedare le spaccature interne alla maggioranza. Orfini, tra i principali esponenti della sinistra del Pd, ha giudicato il discorso del ministro Lamorgese in aula come “imbarazzante” ed “ipocrita”. Di Maio dunque, dal canto suo, è dovuto tornare sul tema e spiegare, in primis alla fronda vicina a Fico all’interno del M5S, come mai ha appoggiato il rinnovo del memorandum. Nel farlo, ha parlato nuovamente di una “cifra magica”, un numero che spesso viene tirato fuori dal cilindro quando occorrono magie politiche: “Se si pensa di far saltare la missione della guardia costiera libica, togliamo un potenziale tappo a 700mila migranti”, ha affermato il ministro degli esteri. Quella cifra è la stessa di cui ha parlato il premier libico Al Sarraj nello scorso mese di gennaio. In quell’occasione, da Tripoli si voleva lanciare un deciso segnale contro chi in Europa puntava, già allora, il dito contro la situazione nei centri d’accoglienza libici.

“Piuttosto che criticarci, aiutateci – ha dichiarato all’epoca Al Sarraj – Ci sono tra i 700mila e gli 800mila migranti pronti a partire per l’Europa e da soli non possiamo contenerli”. Un modo per battere ancora cassa e chiedere maggior sostegno, specialmente in un momento come quello dove il generale Haftar iniziava ad avere Tripoli nel mirino.

I nodi interni all’esecutivo

Ma Di Maio non aveva bisogno di trucchi o di magie politiche, né tanto meno di tirar fuori un numero che contiene al suo interno una mezza verità. Che la situazione fosse critica e che sul memorandum l’Italia si stesse giocando in Libia molte carte, sia sotto il profilo politico che su quello dell’emergenza migratoria, è da settimane sotto gli occhi di tutti. Per cui, a prescindere dalle varie posizioni e situazioni riscontrate, Conte e Di Maio hanno in primo luogo dovuto obbedire alla realpolitik. Per Roma fare un passo indietro rispetto agli accordi con la Libia avrebbe significato perdere terreno politico e temere la fine dei controlli da parte di Tripoli lungo le coste. Una circostanza quest’ultima che avrebbe fatto aumentare gli sbarchi e, di conseguenza, la pressione sul governo.

Ed il problema immigrazione dunque c’è, senza dubbio. Ma occorre visualizzarlo nella sua interezza: è vero che in Libia ci sono quasi 800mila migranti, ma tra di essi soltanto una minima percentuale aspira ad andare in Europa. La Libia, negli anni di Gheddafi, era un richiamo per molti immigrati sub sahariani: qui si costruivano ogni giorni nuove strade e si avviavano nuovi cantieri, tanti africani hanno trovato lavoro ed al contempo la Libia trovava quella manodopera di cui necessitava e che una popolazione di poco meno di cinque milioni di abitanti non poteva garantire. Ecco perché oggi si contano 800mila migranti presenti. Molti di questi sono stabiliti qui da anni, al massimo l’aspirazione più importante è quella di tornare nei paesi di origine visto che adesso c’è la guerra.

Come più volte dichiarato anche dall’Oim, e riscontrato dai nostri servizi, le persone che vorrebbero andare in Europa dalla Libia potrebbero essere 5mila o 6mila, non di più. Che è comunque una cifra importante, la quale potrebbe determinare, senza controlli, un certo aumento degli sbarchi. Il problema quindi c’è e non era necessario scomodare cifre già smentite in passato. Se Di Maio l’ha fatto è per via di una certa isteria interna al M5S ed alla maggioranza. La quale a gennaio, in sede di rinnovo delle missioni internazionali, sulla Libia potrebbe tornare a traballare.

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