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Torna nuovamente sotto i riflettori la questione sempre irrisolta tra Israele e Palestina. Le recenti vicende in Medio Oriente con Arabia Saudita e Libano protagoniste hanno offuscato un conflitto che da più tempo è rimasto latente nella regione.

Una riconciliazione che faceva ben sperare

In realtà l’ultimo anno stava facendo ben sperare per una progressiva pacificazione tra Tel Aviv e l’Autorità palestinese. La nuova presidenza Trump ha infatti fin da subito dichiarato il proprio impegno nel stilare un programma di negoziati volto ad una soluzione definitiva. Due Stati o un’unica entità binazionale. Questi gli obiettivi di Washington, con la bilancia che propende sempre più verso la seconda soluzione. Anche da parte palestinese sembrava esserci una discreta volontà di ritorno al dialogo e riapertura dei negoziati.

Il progressivo riavvicinamento tra Hamas e Al Fatah sembrava aver portato finalmente alla creazione di un governo di unità nazionale. West Bank (Cisgiordania) e Striscia di Gaza di nuovo politicamente unite. Un fatto che non si verificava dal 2006, quando Hamas vinse le elezioni per governare a Gaza. Poi è arrivato il gelo.

Blocco delle trattative tra Hamas e al Fatah

Le trattative tra i due principali partiti palestinesi che dovevano terminare a ottobre sono invece ancora in corso di svolgimento. Hamas ha infatti già ceduto al governo palestinese la gestione civile di Gaza. L’obiettivo è quello di una completa transizione politica per unificare politicamente i territori palestinesi. Vi era stato poi un altro passo in avanti, come rivelato dall’inviato in loco del Manifesto. Hamas aveva cominciato anche a cedere all’Autorità Nazionale palestinese il controllo dei valichi con l’Egitto e Israele. Un evento molto importante per la popolazione di Gaza, che finora è stata costretta a vivere come in una prigione a cielo aperto.

In realtà poi questa cessione dei poteri non è mai avvenuta e le trattative sono così rimaste bloccate. Se la transizione politica è infatti accettabile da Hamas, allo stesso tempo non lo è la richiesta di deporre le armi. In particolare è il braccio armato di Hamas, la brigata al Qassam a rivendicare il proprio ruolo attivo nel conflitto contro Israele. Per questo i miliziani di al Qassam si sentono legittimati a proseguire la loro attività paramilitare. Un fatto inaccettabile sia per l’ANP, ma soprattutto per Israle che non vuole aprire negoziati finché Hamas sarà armata. Insieme a questo vi è stato poi il mancato ritiro delle sanzioni poste da Abu Mazen contro il Governo di Hamas. Sanzioni che poi finiscono per colpire la popolazione. Per ridimensionare i costi dell’ANP il leader palestinese ha infatti deciso di tagliare posti di lavoro proprio nella Striscia di Gaza.

L’inviato delle Nazioni Unite parla di possibile conflitto

Sembrano dunque molto difficili i negoziati tra le due fazioni che proseguiranno comunque questa settimana al Cairo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rispettare il programma già stabilito in precedenza. Ovvero il totale passaggio di consegne su Gaza all’ANP entro il prossimo dicembre. Gli osservatori sono però ora molto preoccupati e un allarme è stato già lanciato in tal senso dalle Nazioni Unite. L’inviato ONU per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha infatti così dichiarato: “Se i colloqui di riconciliazione tra le fazioni rivali palestinesi, Hamas e al Fatah, falliranno ci sarà molto probabilmente un altro devastante conflitto”. Una “conseguenza da evitare ad ogni costo” ha poi aggiunto il delegato Onu.

Risulta chiaro che Mladenov si riferisca ad una possibile escalation tra Israele e Hamas proprio nella Striscia di Gaza. Non sarebbe infatti la prima volta che il fallimento di negoziati sia preso come pretesto per avviare un’azione militare da una delle due parti. Un’eventualità che, sommata alle recenti vicende del Libano, trasformerebbe la regione in una polveriera. A quel punto Hezbollah e Hamas, pur separate religiosamente (sciiti e sunniti), potrebbero convergere sul loro comune obiettivo di annichilire Israele. Per questo urge non solo che Hamas e al Fatah trovino un punto di accordo, ma che la presidenza Trump stili la nuova “road map” per i negoziati, per ora rimasta solo a livello di promessa.