Il porto di Taranto e l’ex Ilva non smettono di essere nell’occhio del ciclone. Questa volta, però, la città pugliese non è al centro della cronaca per il noto dramma ambientale e per l’annosa vicenda Arcelor-Mittal, bensì per l’allarme lanciato dagli 007 italiani: Taranto sembrerebbe essere nelle mire di compagnie cinesi interessate agli impianti industriali e all’affidamento della gestione del porto della città.

Il dossier dell’intelligence italiana

Alcuni giorni fa il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) sarebbe venuto in possesso di un documento di sintesi da parte dell’intelligence che testimonia le brame cinesi sugli impianti siderurgici e sul porto di Taranto. A lanciare l’allarme il presidente dello stesso Copasir, Raffaele Volpi, che ha dichiarato che la questione verrà discussa nella prima seduta utile, ricordando come “il Copasir ha più volte espresso le sue preoccupazioni in relazione all’utilizzo di tecnologia cinese nel campo delle Tlc. Preoccupazioni – aggiunge – esternate sia con un corposo e qualificato documento trasmesso al Parlamento sia con pubbliche sollecitazioni al Governo affinché se ne prendesse seria considerazione e conseguenti determinazioni proprie dell’organo esecutivo”.

L’emergere del dossier è avvenuto proprio nelle stesse ore in cui il ministro degli Esteri cinese Wang Yi giungeva in Italia per il suo tanto atteso viaggio, il primo dall’inizio della pandemia, durante il quale rilanciare gli interessi economici che legano la Cina ad alcuni Paesi europei: il prossimo 14 settembre si terrà, infatti, il summit tra Xi Jinping e i leader della Ue per la conclusione entro fine anno del famigerato – quasi una mission impossibleComprehensive Agreement on Investment.

Ergo, il dossier non ha sorpreso nessuno, tuttavia, ha reso più chiari interessi diretti e indiretti, confermando le intenzioni tentacolari di Pechino.

Perché Taranto?

Ça va sans dire, direbbero i francesi. Taranto è stata a lungo un primato nella movimentazione di container prima delle difficoltà incontrate negli ultimi dieci anni. Non solo: presso le banchine del porto di Taranto si movimentano carbone e ferro, componenti essenziali dell’industria pesante, e questo fa molta gola a Xi Jinping.

La città pugliese, inoltre, gioca un ruolo geopolitico fondamentale nel Mediterraneo per via della sua posizione, e i Cinesi questo lo sanno bene. La Belt and Road e la sua estensione faraonica avevano come obiettivo esattamente questo: giungere nei porti mediterranei, come la storia recente del Pireo insegna. Ma ora che la pandemia ha reso più complesso il funzionamento della Nuova Via della Seta, ecco rispuntare il progetto della sua versione “marittima”, ovvero la riedizione della vecchia Maritime Silk Road che già cento anni prima di Cristo dominava gli scambi marittimi fra Occidente e Oriente.

Pechino già domina alcuni porti mediterranei fondamentali grazie al trittico composto dalle compagnie QPI-CMPort-Cosco che è riuscito a far avanzare il Dragone negli scali di Valencia, Bilbao, Marsiglia -in Europa- per poi giungere a Casablanca e Tangeri, Cherchell, Ambarli, Port Said, Haifa e Ashdod. Una rete che copre quasi tutto il Mediterraneo e che garantisce alla Cina una presenza significativa in un’area particolarmente strategica dal punto di vista commerciale: un vero anello il cui ombelico perfetto sarebbe proprio l’antica Tarentum, che si aggiungerebbe a Vado ligure, oggi sede di un hub container hi tech gestito da una società dove coabitano la danese Maersk, Cosco e Qingdao.

La vicenda del gruppo Ferretti

La vicenda del gruppo Ferretti è quella che, per prima, ha fatto crescere i dubbi sulle intenzioni cinesi verso Taranto. Il gruppo, erede della tradizione nautica italiana è leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto di lusso, con un portafoglio di otto marchi prestigiosi ed esclusivi. Nel gennaio 2012 la Shandong Heavy Industry Group-Weichai Group, società produttrice di scavatrici e trattori, controllata dallo Stato cinese, ha rilevato il 58% di Ferretti Group per 374 milioni di euro.

Nel frattempo, a Taranto, in questi mesi si è deciso (notizia dello scorso giugno) della bonifica dell’ “ex Yard Belleli” (38 ettari), storica area industriale del porto, da tempo dismessa, proprio accanto ai terreni oggi ex Ilva. Con una convenzione dal valore di 45,5 milioni di euro è stato dato incarico alla Sogesid, società in house dei Ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture, di completare le attività di messa in sicurezza permanente della falda presente nell’area.

Ebbene, proprio nelle scorse settimane, il gruppo Ferretti, ormai sino-italiano, ha fatto richiesta all’Autorità portuale dello Ionio di una concessione quarantennale che prevede la realizzazione di un polo produttivo e di un centro di ricerca e sviluppo con la possibilità di fornire lavoro a circa 200 unità di personale. L’ombra del Dragone, dunque, incombe già su Taranto: alla luce di questo suonerebbe alquanto sinistro il gesto del colosso statale cinese CCCC (China Communication Construction Company), che ha donato tra marzo e aprile 4mila mascherine all’autorità portuale di Taranto. Solo generosità da pandemia?

Dubbi e timori

Al di là delle questioni di natura commerciale e degli interessi incrociati tra Italia e Cina, l’approdo dei grandi gruppi cinesi a Taranto può diventare un problema di sicurezza nazionale.  La città ionica ha su di sé il marchio Nato e quello della Marina Militare: è abbastanza chiaro quanto possa essere delicata e compromettente la convivenza tra la presenza cinese, le installazioni militari e la flotta Nato in transito da e per Taranto. Ora più che mai esporre queste infrastrutture e queste manovre al possibile spionaggio militare (e industriale) da parte cinese significa compromettere il ruolo che l’Italia sta avendo nel Mediterraneo nel frame generale di questa nuova strana Guerra Fredda.