La geopolitica della corsa allo spazio
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In data 10 dicembre la diplomazia dell’amministrazione Trump ha conseguito l’ennesima vittoria nella regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa); quel giorno, infatti, il Marocco ha accettato di normalizzare le relazioni con Israele in cambio della sovranità sul Sahara occidentale.

Riconoscendo il nuovo status quo e aderendo ufficialmente all’alleanza arabo-israeliana suggellata dagli accordi di Abramo, Rabat ha ottenuto tre risultati significativi nei campi diplomatico, per via del Sahara occidentale, economico, grazie alle opportunità offerte dal mercato israeliano, e militare, alla luce degli armamenti di cui Washington si appresta a sbloccare la vendita.

Il Sahara occidentale al Marocco

Non era una missione semplice quella della diplomazia statunitense: per convincere il re Mohammed VI ad avallare la normalizzazione con Israele occorreva un accordo in grado di evitare lo scoppio di gravi moti di piazza, sobillati dalle moschee, perché è forte, esteso e radicato l’attaccamento alla questione palestinese dell’opinione pubblica marocchina.

Vi era una sola maniera di soddisfare simultaneamente re, clero e popolo, riducendo a livelli critici il malcontento e creando consenso comune: assecondare le rivendicazioni di Rabat sul Sahara occidentale, una regione contesa con il Fronte Polisario e sulla quale ha storicamente soffiato il vento dell’instabilità per via dell’influenza e delle interferenze di Algeri.

La strategia si è rivelata vincente: il clero legato alle istituzioni, nonostante la presenza di voci dissonanti, non ha lanciato alcuna guerra alla famiglia reale e si è conformato celermente alla nuova realtà, e le strade delle grandi città marocchine, in luogo di ospitare le rivolte dei sostenitori filopalestinesi, sono state monopolizzate dal giubilo dei patrioti, per i quali, evidentemente, il Sahara occidentale era ed è più importante della Palestina.

I primi effetti dell’accordo di normalizzazione si stanno già manifestando. Nella giornata del 14 hanno avuto luogo due cerimonie di inaugurazione a Dakhla ed El Aaiun, dove sono stati aperti dei consolati rispettivamente dal governo di Haiti e dal regno del Bahrein.

Le armi dagli Stati Uniti

L’11 dicembre, ad un giorno soltanto dall’annuncio della normalizzazione, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avviato le pratiche per lo sblocco delle trattative sulla vendita di armamenti al Marocco. Mike Pompeo, infatti, ha inviato una notifica al Congresso riguardante la volontà di finalizzare in tempi brevi un accordo da un miliardo di dollari per la vendita, tra le varie armi, di una squadra di droni MQ-9 Reaper e munizioni a guida laser.

La concretizzazione del pacchetto, da sommare al lotto di venticinque F-16 che prossimamente verrà consegnato all’aviazione militare marocchina, cambierà profondamente la divisione del potere nel Nord Africa a favore di Rabat, che otterrebbe un vantaggio competitivo e una primazia strategica in termini militari sul proprio vicinato. Naturalmente, un tale scenario non potrebbe che essere accolto negativamente da potenze rivali come l’Algeria, la quale, a sua volta, è altamente probabile che farà affidamento sul mercato russo per ridurre le distanze con il Marocco.

Nel medio e lungo periodo, però, prestigio diplomatico e potere militare a parte, il Marocco potrà vantare un ulteriore vantaggio nel Maghreb occidentale, ovvero le ricadute economiche della normalizzazione con Israele. Aderire agli accordi di Abramo, infatti, equivale ad entrare a far parte di un’alleanza che è, anzitutto, economica. Rabat, quindi, potrà avere accesso ai prodotti esclusivi dell’alta tecnologia israeliana e risulterà più appetibile per tutti quegli attori economici – israeliani, statunitensi e delle petromonarchie della penisola arabica – che legano le loro decisioni di investimento alla politica; due eventi, questi, che, se adeguatamente sfruttati, contribuiranno in maniera positiva alla diffusione e all’aumento della prosperità sociale e della benessere materiale nel Paese.

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