L’agonia del Sud corrode l’Italia. Nell’indifferenza di tutti

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Un’agonia lenta e diffusa che non fa che peggiorare, che distrugge la fibra economica, sociale e democratica del Paese. Con una differenza rispetto al passato: non interessa più a nessuno. È il Sud Italia moribondo: un concetto che chi scrive sentiva pronunciare a tavola in famiglia o ai convegni già quando era un ragazzino, nei primi anni Duemila. E che oggi, se vogliamo, si è persino aggravato, finendo in un oblio proporzionale alla sua gravità.

L’Italia divisa è una costante della storia unitaria, ma oggi rappresenta un unicum nello scenario continentale. Il Meridione, con i suoi 20 milioni di abitanti, resta non solo la più grande area meno sviluppata d’Europa, ma anche la più grande area d’Europa dove questo declino non produce alcuna rivolta, né politica né sociale.

Visto dal turismo, dalle serie TV alla moda e dalla cultura pop, il declino meridionale è bellissimo: dai quartieri scrostati dell’Amica geniale, dalle corsette mattutine lungo le spiagge di Carloforte; dalle inquietudini griffate di Geolier che scalano le classifiche italiane, sembra proprio un bel modo di morire.

E allora, per quale peccato, per quale maledizione, per quale fatalità geografica lo Svimez ci dice che qui al 2080 la popolazione a Sud del Lazio scenderà di 8 milioni di residenti, e il Meridione avrà quindi quasi la metà degli abitanti di oggi, e che i rimanenti saranno sempre più anziani, poveri, incattiviti e depressi?

Negli anni è cambiata la qualità dell’esodo.

Tra il 2001, quando della stagnazione meridionale sentivo parlare già con toni drammatici, e il 2022 il Mezzogiorno ha perso 1,35 milioni di italiani, niente affatto rimpiazzati dall’arrivo di poche centinaia di migliaia di stranieri. Al Sud, dal Sud globale, si arriva come area di transito, per invisibilizzarsi per un po’ e poi ripartire, e sono solo in pochi quelli che si radicano. 400 mila meridionali se ne sono andati solo durante il triennio del Covid, vera pioggia sul bagnato, arrivata a crisi finanziaria del 2008 ancora irrisolta.

Dal 2022, il 42% di chi è emigrato aveva una laurea. Una perdita culturale dovuta alla mancanza di lavori e stipendi qualificati: le grandi aziende sono altrove. Se è vero che nelle università meridionali lo Stato investe meno di quanto dovrebbe, è anche vero che quelle università sfornano persone altamente qualificate che dal Sud si trasformano in emigrati di successo nell’Europa del Nord oppure oltreoceano, e lì finiscono col pagare le tasse.

Il Sud, insomma, smentisce l’idea che gli squilibri commerciali e finanziari tra i Paesi dell’Unione Europea potessero essere risolti, senza traumi, tramite movimenti spontanei dei prezzi, o magari attraverso migrazioni di lavoratori. Questa visione semplicistica, diffusa vent’anni fa, in Italia e ancora di più al Sud si è risolta con una competitività delle aziende ottenuta per lo più con la contrazione dei salari, con il frantumamento del potere contrattuale dei lavoratori e con la fuga dei più istruiti tra questi là dove pagano e valorizzano meglio, col risultato di lasciare i territori di partenza ancora più in mano a baronati e sfruttatori.

Il turismo posticipa la resa dei conti

L’espansione delle compagnie low-cost e gli attacchi terroristici subiti da città come Parigi, Istanbul e Barcellona sono stati fattori decisivi per convogliare milioni di visitatori nella Napoli della «rivoluzione arancione» di Luigi de Magistris, il sindaco Masaniello. Ma il turismo al Sud è male distribuito, limitato rispetto al Nord Italia, e soprattutto produce redditi bassi e scarsa innovazione, con molte esternalità negative. Il piccolo-borghese rentier che, sfruttando la casa dei nonni, porta a spasso gli svedesi in Vespa, o il proletario che con la sua bancarella di street food si trasforma in pagliaccio su TikTok sono due esempi di figure che resistono allo sradicamento, ma che si adattano a un capitalismo selvaggio che non ha reali capacità trasformative.

Le donne meridionali: quando non emigrano, finiscono in meccanismi di sfruttamento e dipendenza dagli uomini. Se il nostro Paese, con il 56,5% di occupate donne tra i 20 e i 64 anni, resta lontano da Germania (77,4%) e Spagna (65,7%), al Sud in quella fascia lavora solo il 30%. È naturale che, in questa condizione stretta tra depressione e stipendi bassi, la scorciatoia per molti e per molte sia il mercato della visibilità neoliberalizzato, il mestiere dell’influencer, l’orizzonte del frivolo e del superfluo. È l’imprenditoria della disperazione.

Con il declino dei media e dei partiti tradizionali, la questione meridionale è finita nell’oblio, mentre i festival culturali al Sud celebrano il compiacimento e l’effimero. Da un lato le platee italiane non vogliono sapere, o credono che i cronisti del Sud esagerino, mentre chi vive a Napoli, Palermo o Bari si è stancato di ripetere sempre le stesse amarissime parole: non ne possono più. E si accontenta di vivere così, nel declino infinito.

Nessuna rivolta

L’aspetto più sorprendente del declino meridionale è che non ha prodotto quel riflusso verso forme di ultranazionalismo e di razzismo tipiche di altre regioni europee, come l’Andalusia, l’Inghilterra rurale, o la Grecia. Nonostante le 2,5 milioni di famiglie in povertà, l’inflazione che ha eroso più reddito che al Centro-Nord, la sanità pubblica a pezzi, i salari reali più bassi che nel 1990 (come in tutto il resto d’Italia), al Sud non si è verificata – sotto forma di partiti xenofobi o separatisti – l’eterogenesi dei fini del globalismo acritico e dell’europeismo ingenuo che negli anni precedenti avevano imperversato tra tutte le forze politiche principali

Sul populismo negli ultimi anni sono state scritte biblioteche, ma spesso le antipatie ideologiche hanno prevalso sulla qualità. I difensori dello status quo hanno trattato il boom del grillismo come una malattia, anziché un sintomo, del Meridionale. Con tutti i suoi difetti, il Movimento 5 Stelle ha però saputo denunciare lo strappo tra istituzioni e vita quotidiana dei meridionali qualunque meglio di altri, e la sua ascesa, dopo decenni di declino, è stato un passaggio caotico e costoso, ma probabilmente anche necessario e inevitabile. Oggi, a parte il M5S di Giuseppe Conte, non ci sono partiti capaci o interessati a rappresentare credibilmente un progressismo post-populista per i ceti sociali periferici al Sud, il cui sfasamento sociale nessun PNRR o forza politica sembra capace di impedire, o contenere.

Il guaio è che il profondo Sud, come notava già Ugo La Malfa negli anni Ottanta, non è «Oriente», non è Terzo Mondo, ma Occidente multietnico e mediterraneo che tradurrà, prima o poi, il suo sfasamento in fallimenti o involuzioni per il resto d’Italia.