L’Africa settentrionale è più affollata che mai. Cina, Russia, Francia, Stati Uniti, Turchia sono le presenze più ingombranti, ciascuna con i propri obiettivi e la propria strategia di penetrazione in una regione geopoliticamente rilevante quale è il continente nero. Il Canale di Suez rappresenta un passaggio fondamentale ai fini del progetto della Nuova Via della Seta, mentre ad Algeri, capitale dell’Algeria, i cinesi hanno contribuito a costruire la terza moschea più grande al mondo.

L’Algeria: il nuovo laboratorio cinese in Africa

Non molto distante, a Cherchell, è da poco ripartita la road map per la costruzione del porto di El HamdaniaSul tavolo un investimento dal valore di 3,3 miliardi di dollari di un consorzio sino-algerino, costituito da China Harbour Engineering Corporation (CHEC), China State Construction Engineering Corporation (CSEC) e Algeria’s Public Port Services Group. Una volta completato (dovrebbe essere pronto nel giro dei prossimi quattro anni) il nuovo porto, gestito dallo Shanghai International Port Group di proprietà statale per un periodo di 25 anni, diventerà il primo e il più grande porto di acque profonde dell’Algeria e, secondo quanto riferito, il secondo più grande porto per container in Africa.

Il controllo operativo del porto è stato garantito a Sipg in cambio di finanziamenti cinesi per il progetto. Va da sé che lo scalo in questione è soltanto una delle perle della collana con la quale la Cina intente adornare il Mar Mediterraneo. Pechino ha infatti all’attivo una serie di simili investimenti che comprendono il porto israeliano di Haifa, quello del Pireo in Grecia e Port Said nel Canale di Suez, in Egitto. Una mossa del genere porta vantaggi economici al Dragone, per quanto riguarda l’incremento degli scambi commerciali (il porto dovrebbe avere 23 banchine in grado di movimentare 6,5 milioni di container di 20 piedi e 26 milioni di tonnellate di merci all’anno), ma anche benefici geopolitici, visto che questi progetti, a detta di alcuni esperti, potrebbero fungere da apripista per una maggiore presenza militare cinese nella regione.

Tornando al porto di El Hamdania, lo scalo algerino sarà collegato alle linee ferroviarie del Paese e all’autostrada che taglia l’Algeria da est a ovest, anch’essa costruita, tra l’altro, a un consorzio cinese. In un futuro non troppo lontano, nelle intenzioni di Pechino il porto di El Hamdania dovrà competere con gli scali spagnoli di Valencia e Barcellona e con quello del Marocco di Tanger Med. Scendendo nel dettaglio, l’esperimento algerino rappresenta il nuovo modello di relazioni che la Cina intende instaurare con i Paesi africani. È finita l’era dei prestiti miliardari a fondo perduto, l’importazione unidirezionale di materie prime e l’influenza geopolitica a distanza. Adesso Pechino ambisce a intrattenere rapporti diplomatici ed economici stabili.

Accanto al porto di El Hamdania, ci sono altri tre mastodontici progetti che ruotano attorno alla Cina (dietro un ricco compenso): un aeroporto, una stazione e la citata moschea. La moschea di Algeri è la terza al mondo per dimensioni, la più grande dell’Africa. Può contenere 35.000 fedeli e ospita al suo interno facoltà universitarie, scuole e due biblioteche. Prezzo: un miliardo di dollari. A tirar su un simile progetto è stata un’impresa cinese. E sono cinesi anche le imprese che hanno realizzato il nuovo aeroporto da 10 milioni di passeggeri e una stazione che collega metropolitana allo scalo della capitale.

Il ruolo strategico dell’Africa settentrionale per Pechino

In seguito al lancio della Nuova Via della Seta, il Medio Oriente ha assunto per la Cina un enorme peso strategico. Detto in parole povere, Pechino considera l’Africa settentrionale una specie di porta d’accesso a tre direzioni: verso il resto del Continente Nero, verso il Mediterraneo e verso il Medio Oriente. In ogni caso, le relazioni tra il governo cinese e i Paesi del Nord Africa si basano su solidi partenariati diplomatici e di sicurezza, tanto dal punto di vista strategico che economico.

Detto dell’Algeria, si potrebbero spendere due parole per altri attori. Prendiamo, ad esempio, l’Egitto, una nazione che controlla di fatto il Canale di Suez e che, come sottolinea Ispi, sta diventando un hub di gas nel Mediterraneo orientale. Il Cairo è il terzo partner commerciale della Cina in Africa. Giusto per capire l’entità degli scambi commerciali reciproci, nel 2017 i due Paesi hanno raggiunto quota 10,8 miliardi di dollari; le importazioni egiziane dalla Cina hanno sfondato il tetto degli 8 miliardi. Tre anni fa il commercio bilaterale sino-egiziano è aumentato di quasi il 30%.

Un discorso simile può essere fatto per la Libia, dove la Cina è al lavoro per effettuare investimenti nel settore petrolifero e dell’energia. In generale, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2017, stando ai dati della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, i prestiti cinesi ai governi nordafricani hanno superato i 4,6 miliardi di dollari. La classifica? Egitto (più di 3,4 miliardi), Marocco (oltre 1 miliardo), Tunisia (145 milioni) e Algeria (9 milioni).

Egitto crocevia per i più importanti attori asiatici

Quando si parla di Egitto è impossibile non far riferimento ai rapporti instaurati in questi ultimi anni tra il Paese nordafricano e le petromonarchie del Golfo. Queste ultime hanno tutto l’interesse a penetrare lungo la sponda meridionale del Mediterraneo. Il governo del presidente Al Sisi ha aperto loro le porte per due principali motivi. Il primo è ideologico: Il Cairo dal 2014 ha iniziato una lotta senza quartiere contro i Fratelli Musulmani, considerati fuori legge, e in questo contesto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono tra i più acerrimi nemici dell’Islam politico. Il secondo ha natura più prettamente economica. L’Egitto sta investendo molto in infrastrutture e in mega progetti, le petromonarchie stanno fornendo la liquidità necessaria per sostenere queste iniziative. Alcune delle quali molto avveniristiche, come ad esempio la costruzione della nuova capitale ad est de Il Cairo, una metropoli ideata per alleggerire la pressione demografica sulla più importante città egiziana.

C’è poi il discorso relativo al mercato del gas. I Paesi del Golfo stanno puntando molto sull’hub egiziano. A dicembre gli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto formalmente proprio all’Egitto di entrare nel cosiddetto forum sul gas, un’organizzazione che raggruppa tutti i produttori energetici del Mediterraneo orientale, compreso Israele. Al Sisi ovviamente ha già promesso una sponda del suo governo a favore di Abu Dhabi. Novità potrebbero sorgere nei prossimi mesi anche sul versante saudita. È possibile quindi sostenere che oltre alla Cina e alle grandi potenze asiatiche, anche gli attori regionali della penisola arabica vogliono scommettere molto sul nord Africa, usando l’Egitto come testa di ponte. Una prospettiva sempre più consolidata e che potrebbe avere ripercussioni anche su alcuni dei dossier strategici della regione, tra cui quello libico.

L’Europa arranca: il caso della sfida con Mosca

Le potenze asiatiche stanno quindi avanzando in nord Africa. Dal dragone cinese, passando per le petromonarchie, il continente asiatico ha lanciato il suo gettone sul Mediterraneo. E l’Europa? Il Vecchio Continente è il grande malato in questo contesto. I vari Paesi della sponda settentrionale del fu mare nostrum sono impegnati in una vera e proprio lotta per la sopravvivenza della loro influenza nelle aree di tradizionale pertinenza. Un caso su tutti attualmente risulta molto emblematico. Ed è quello francese. Parigi sta per dire addio all’operazione Barkhane in Mali, forse la sua ultima missione unilaterale nell’Africa francofona. Tutto questo ha ripercussioni anche più a nord, soprattutto in Libia. Qui si è venuta a creare un’inedita sfida con la Russia.

Mosca nelle ultime settimane ha sostenuto, tramite per la verità i contractors della Wagner, i ribelli ciadiani stanziati nel sud della Libia i quali hanno combattuto contro le forze del generale Haftar. Quest’ultimo ha ricevuto sostegno dalla Francia. Per cui gli ultimi scontri in terra libica sembrano proiettare il braccio di ferro tra Parigi e Mosca. Proprio in Mali poi, il locale governo di Bamako ha richiesto l’intervento della società russo Wagner in sostituzione dei soldati francesi. È palese quindi come l’area che dal Mediterraneo arriva in Sahel stia subendo una fase di riassestamento degli equilibri, dove le potenze asiatiche stanno provando a far la voce grossa. E dove l’Europa è costretta a subire le iniziative altrui. Anche, come nel caso libico e maliano, di una Russia che con la Cina e le petromonarchie ha rapporti sempre più solidificati.