Come già detto alla vigilia del voto, le elezioni in Afghanistan erano destinate ad avere come sfondo uno scenario surreale. E così è stato: solo un elettore su quattro, lo scorso 28 settembre, si è recato alle urne e ad oggi, a distanza di quasi due mesi, non è stato reso noto nemmeno il risultato parziale. A questo occorre aggiungere che in tutto il paese la spirale di violenza non appare destinata a fermarsi.

Ancora un rinvio dei risultati

In questo giovedì dovevano essere diffusi i dati relativi alle percentuali raggiunte dai vari candidati in lizza per la carica di presidente dell’Afghanistan. Questo già con considerevole ritardo rispetto sia alla tabella di marcia prefissata che al più semplice buon senso: non conoscere l’esito delle consultazioni dopo quasi due mesi non può far altro che conferire al voto un aspetto ancora più surreale, per l’appunto. Eppure, anche per la data precedentemente annunciata si sta andando verso una nuova fumata nera. A poche ore da quella che doveva essere l’ora X, è stato confermato un altro slittamento. Questa volta a data da destinarsi. “Non possiamo barattare la velocità con la trasparenza”, ha affermato nei giorni scorsi Hawa Alam Nuristani, presidente della commissione elettorale indipendente.

Certo è che però più il tempo passa e più si corre il rischio di far aleggiare sul voto l’ombra della confusione. In primo luogo, il problema consiste nel fatto che non si sa nemmeno quanti siano i voti da considerare validi. A votare per le presidenziali è andato poco più del 26% degli aventi diritto, una percentuale molto bassa e ben al di sotto di ogni aspettativa. E soprattutto, non in grado di investire il futuro presidente di una certa legittimità democratica. Per di più, forse i voti validi sono due milioni, forse un milione e mezzo, non si sa. Da un lato c’è il presidente uscente, Ashraf Ghani, che scalpita per sapere con qualche percentuale si presenterà al probabile secondo turno. Dall’altro c’è il suo principale sfidante (ma attuale suo alleato di governo), Abdullah Abdullah, che invece avverte aria di brogli e chiede l’inizio del riconteggio delle schede solo dopo aver escluso dalla lista dei voti validi quelli ritenuti “fasulli”, dunque da scartare. Nel frattempo il tempo passa ed ancora si è nella fase di attesa dei risultati del primo turno. Di questo passo, tra possibile ballottaggio e nuovo giro lungo di conteggi, si rischia di vedere annunciato l’esito finale di questo turno elettorale soltanto con l’anno nuovo.

Continua la violenza nel Paese

Surreale la campagna elettorale, surreale il voto e surreale il dopo voto. A contribuire a questo clima anche una spirale di violenza che anch’essa sta componendo, in questo frangente, un’altra triste costante degli ultimi mesi. Nella giornata di mercoledì, un’autobomba è esplosa a Kabul provocando la morte di 12 persone. Tra questi, 3 erano bambini. Non c’è al momento alcuna rivendicazione, anche se obiettivi e modalità dell’attacco porterebbero a pensare ad un’azione dell’Isis.

Nel paese sia i seguaci del defunto Al Baghdadi che i Talebani continuano a rimanere attivi. Negli ultimi mesi sono decine le vittime civili in tutto l’Afghanistan, la violenza non si è mai fermata nonostante alcuni contatti proprio con i Talebani, che anche negli Usa oramai da molti vengono considerati come possibili attori da includere nel processo di stabilizzazione del paese. Nei giorni scorsi, il presidente Ghani ha deciso la scarcerazione di tre Talebani, in cambio della liberazione di due ostaggi occidentali detenuti dal 2016. Una mossa voluta soprattutto dagli Stati Uniti, segno di un possibile colloquio anche informale da intavolare nei prossimi mesi con gli studenti coranici. Di certo però, tra elezioni surreali e poco limpide e la violenza imperante, la normalizzazione dell’Afghanistan è ancora ben lungi dall’essere realtà.

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