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Alternative für Deutschland è ormai una conclamata realtà del palcoscenico politico teutonico. A dirlo sono pure le rilevazioni statistiche in vista delle elezioni europee. La Csu, anche per via dell’avanzata elettorale dell’Afd, è stata costretta a cambiare narrativa e a spostare l’asse programmatica. C’è un nuovo orientamento che guarda a destra. Il medesimo meccanismo sta interessando la Francia, dove i Repubblicani stanno cavalcando alcuni temi cari al Rassemblement National di Marine Le Pen. Sovrapporsi narrativamente, insomma, per evitare di essere schiacciati.

In Germania, però, permane un atteggiamento tendente a ricacciare i populisti al di fuori di quello che in Italia verrebbe chiamato “arco costituzionale”. Sì, perché i  sovranisti tedeschi non sono considerati in diritto di accedere alle cariche istituzionali. Quelle che la logica della ripartizione partitica gli assegnerebbe.

L’Afd, da un punto di vista numerico, rappresenta la più grande formazione per parlamentari eletti tra gli scranni dell’opposizione. La prassi, e magari il buon senso, prescrive di concedere al partito maggioritario, tra quelli di minoranza, uno dei posti disponibili al Bundestag. Per la precisione, Alternative für Deutschland rivendica da tempo la vicepresidenzadella Camera bassa. Non si tratta di un ruolo esecutivo: parliamo, come avviene nel Belpaese, di gestire e coordinare i lavori.

Siamo arrivati a una lunga serie di votazioni effettuate, ma buona parte dei deputati del Bundestag continua a ricusare l’ipotesi che un membro dell’Afd possa ricoprire quell’incarico. Come riportato pure dal quotidiano Libero, ieri è toccato a Mariana Harder Khuene, che tra i populisti è considerata uno dei volti spendili. L’Afd pensava di aver trovato il modo di aprire una breccia, ma non c’è stato niente da fare: la bocciatura è passata “grazie” ai 423 deputati che si sono espressi in maniera contraria. Solo 199, come viene sottolineato dall’Ansa, sono stati quelli favorevoli. Ma questa tendenza potrebbe presto trasformarsi in un autogol.

Non serve un consulente politico per asserire come le esclusioni forzate possano trasformarsi in un boomerang. Non integrare l’Afd nel consesso istituzionale significa mostrare il fianco a chi pensa che le forze politiche tradizionali abbiano timore di un ulteriore progresso percentuale dei sovranisti. Il politicamente corretto e l’accostamento dell’Afd alla ricomparsa del nazionalismo in Germania, però, non sentono ragioni.

Poi c’è il raggruppamento dei “sovranisti europei”, quello che sta nascendo attorno alla figura di Matteo Salvini per le elezioni europee del 26 maggio, che è ancora in fase di costruzione. Jorg Meuthen, che appartiene all’Afd, sarà tra i relatori della conferenza di Milano, che si terrà lunedì. Alternative fur Deutschland, insomma, è stata messa in fuorigioco, ma solo nelle istituzioni politiche tedesche. Saranno gli elettori, in fin dei conti, a decidere per tutti.

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