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“Ho sempre fatto quello che ho desiderato”. Esordisce così il cubano Eugenio Rolando Martínez, detto Musculito, conosciuto nel mondo intero non solo per i suoi muscoli ancora d’acciaio, nonostante i suoi 95 anni suonati, ma per essere stato uno dei cinque, e anche il più esperto, dei famosi “ladri” del Watergate, lo scandalo che portò alle dimissioni del presidente repubblicano Richard Nixon e raccontò di un’America che ancora faceva i conti con gli orrori della guerra del Vietnam.

In realtà Musculito non era un ladro qualsiasi ma un operativo della Cia come gli altri quattro, Bernard Barker, Virgilio González, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis. Era la notte del 17 gugno 1972. I cinque già tre settimane prima si erano introdotti nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, la principale organizzazione per la raccolta fondi del Partito Democratico. All’epoca occupava tutto il sesto piano del Watergate Hotel a Washington. Erano tornati per sistemare delle microspie e scattare delle foto.

Musculito di quel giorno, nonostante gli anni passati, ricorda tutto in ogni minimo dettaglio. “Il leader del gruppo era James McCord, era lui l’esperto per le intercettazioni – racconta l’ex agente Cia – era lui che aveva messo il nastro adesivo sulla porta fra il pozzo delle scale e il parcheggio sotterraneo”. Nastro che fu poi scoperto da un addetto alla sicurezza del piano, un certo Frank Wils. Wills all’inizio si limitò a toglierlo pensando che fosse stato dimenticato dall’impresa delle pulizie. Ma quando più tardi ritornò e lo trovò misteriosamente al suo posto chiamò subito la polizia. Che colse i cinque in flagrante arrestandoli.

“Noi di questo nastro in realtà non avevamo bisogno perché avevamo uno strumento per scassinare la porta ma Mc Cord ha insistito. Quando arrivammo notammo che era stato tolto. Questa è la cosa che rimprovero ancora oggi perché alla fine ci ha fatto fallire l’operazione”. Oltre a causare il loro arresto.

Musculito sarà poi ufficialmente graziato dal presidente Reagan. Ci tiene a dire, però, che “la motivazione della loro intrusione negli uffici del Partito Democratico era di ‘national security’ perché mi reclutarono per investigare l’attività di un uomo che si era impossessato di un documento di uno studio fatto sulla guerra del Vietnam che era finito nelle mani dell’ambasciata sovietica e del New York Times. Nixon, che stava pianificando un suo viaggio in Cina, pensò che questo avrebbe minato la sua immagine di presidente”.

Del suo passato e anche degli errori altrui non porta rancore e racconta con fierezza il suo essere anti-castrista da sempre. “Prima ero anti-Batista e questo mi creò problemi in famiglia con uno zio senatore del suo governo – spiega – per questo mi rifugiai per la prima volta a Miami”. Tornato poi sotto Fidel Castro non sopporta neanche lui e la sua rivoluzione. “Era un uomo furbissimo e sanguinario. All’epoca c’erano fucilazioni ogni giorno. Io lo avevo conosciuto all’università e già allora l’avevo accusato di due omicidi”.

Era, dunque, meglio cambiare aria per Musculito. Ma negli Stati Uniti in piena guerra fredda il richiamo alla lotta è troppo forte. E così eccolo partecipare in prima linea all’invasione della Baia dei porci. Era l’aprile del 1961 e di quel periodo porta ancora oggi sul bavero della giacca una medaglietta ricordo. “Io ho la mia teoria – aggiunge – che dietro l’omicidio di John e Bob Kennedy ci fosse proprio lui, Fidel. Loro erano troppo pericolosi per lui e la Cuba dell’epoca poteva contare su spie fenomenali. Anche io fui contattato da Castro per lavorare per lui come controintelligence qui negli Stati Uniti Fidel. Fbi e Cia mi avvisarono che Cuba voleva entrare in contatto con me io mi negai ma alla fine ci incontrammo. Mandarono con un una barca un tenente colonnello ma non mi piacque per nulla, non avevo intenzione di sopportare una cosa del genere. Una seconda volta l’incontro avvenne in Messico dove c’era Tony La Guardia che poi Fidel fece fucilare e mi convinsero di incontrare Fidel. Mi vennero a prendere in Giamaica e mi misero, poi, sulla barca privata di Castro. Ma non parlai con Fidel, non si fece vedere, fu intelligente e furbo. Per prima cosa voleva vedere la mia reazione. Così mi dettero dei soldi e un piano scritto. Tutto materiale che poi io consegnai qui negli Usa e che aiutò molto gli americani. I cubani volevano che ritornassi ma mi rifiutai perché sapevo che potevano scoprirmi”.

Di quella Cuba non ha nostalgia. Come non ha nostalgia del tanto osannato Che Guevara. “Era un feroce assassino, altro che eroe – ammette – e gli fu fatale con Castro un suo viaggio in Cina. Al suo ritorno ci fu la rottura che portò poi alla sua morte in Bolivia”. E La Cuba di oggi? “Non è paragonabile alla durezza che c’era in piena guerra fredda – risponde – al tipo di lotta aperta che noi conducevamo. E poi all’epoca gli americani aiutavano, adesso non più. Insomma sono cambiate molte cose”.

Non c’è amarezza né rimpianto nelle sue parole né nei suoi occhi che sono, a dispetto dell’età ma grazie ad una vita vissuta intensamente, ancora pieni di futuro. Tanto che ci tiene a parlare del Venezuela di oggi. “Maduro è un dittatore che rimane al potere solo perché dietro il Venezuela c’è Cuba. Ci sono i cubani che controllano le frontiere, la sicurezza presidenziale, i registri civili, sono ovunque. Ma di certo la crisi economica che sta colpendo il paese avrà un impatto fortissimo anche su Cuba che prendeva molti soldi e petrolio da Chávez.”.

E sull’impatto che il Venezuela potrà avere sul resto dell’America Latina e sugli Stati Uniti conclude sornione. “Non sono né pessimista né ottimista. Le cose sono cambiate ma non sono più difficili dell’epoca del Watergate.” Altri tempi, altro modo di fare spionaggio, altri problemi.