L’Italia, gli Stati Uniti, la Cina. A unire i tre paesi c’è qualcosa in comune: il Mar Adriatico. Roma non si è accorta di essere finita sul tavolo delle manovre incrociate di Washington e Pechino, ma quel che è peggio è che il governo italiano non si è neppure accorto di non avere alcuna voce in capitolo in un gioco dove due paesi rivali gareggiano per avere il predominio strategico su quello che può essere considerato il “cortile di casa” italiano. La Cina, attraverso il tentacolo della Nuova Via della Seta, sta inondando di investimenti e infrastrutture l’economicamente depressa area balcanica, per risalire lungo la dorsale adriatica e ottenere il controllo incontrastato delle rotte commerciali terrestri e marittime dell’Europa orientale. Gli Stati Uniti, d’altro canto, hanno capito il piano di Xi e sono corsi ai ripari nominando un inviato speciale nella zona, Matthew Palmer, che ha subito messo in chiaro la visione americana al Forum di Bled. L’obiettivo di Trump è uno: limitare l’espansione cinese convincendo i partner europei del Dragone a mollare Pechino per abbracciare un nuovo modello di sviluppo. Difficile, tuttavia, che paesi come la Serbia e l’Ungheria, dimenticati dalle potenze occidentali e aiutati invece dalla Cina, possano cambiare idea ora che hanno finalmente trovato il modo di uscire dall’inferno.

Gli Stati Uniti e la partita balcanica

Il compito di Palmer è chirurgico. L’inviato Usa deve agire in profondità senza provocare terremoti, strappi diplomatici o insofferenze di alcun tipo; in poche parole deve provvedere a sganciare i paesi Balcanici dalla sfera d’influenza economica cinese. La Cina è stata astuta e cinica a sfruttare il risentimento dei Balcani a proprio vantaggio. Quell’area è infatti il tallone d’Achille dell’Europa, visti i numerosi problemi economici che affliggono i paesi dell’ex blocco comunista. Nessuno, né gli Stati Uniti né l’Unione Europea, ha teso loro la mano. Lo hanno fatto i cinesi, che adesso raccolgono i frutti della loro intuizione. Qui entra in gioco Washington, che non vuole assolutamente assistere alla creazione da parte di Pechino di un’area balcanica di libero scambio con vista sul Mar Adriatico.

Il porto di Trieste

Che c’entra in tutto questo l’Italia? Il nostro paese è la chiave di volta che tiene in piedi l’architettura sognata dai cinesi. I porti italiani del nord-est sono gli hub fondamentali che, secondo il piano di Xi, dovrebbero fungere da collegamento tra le rotte terrestri e quelle marittime. Le mani della Cina si sono quindi strette intorno al porto di Trieste, probabilmente uno dei motivi che hanno spinto Xi Jinping in persona a venire in Italia per siglare con Roma il memorandum d’intesa sulla Nuova Via della Seta. Come fa notare Formiche.net, il governatore leghista del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, lo scorso luglio aveva dichiarato a Radio 24 che c’era un interessamento americano su alcune aree del porto di Trieste, come a voler riequilibrare il braccio di ferro sull’infrastruttura. Il nuovo governo Conte è adesso sotto un’attenta osservazione americana: Washington ha paura che l’asse M5s-Pd possa effettuare ulteriori aperture alla Cina, e questo Washington non può assolutamente permetterselo. Pena: perdere la partita nell’Adriatico.