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La crisi fra Russia e Bielorussia è rientrata per via dell’improvviso e inaspettato scoppio di una duratura insurrezione post-elettorale che, in piedi dalla sera del 9 agosto, non mostra ancora segni di declino e/o di interruzione. I disordini, sui quali sin da subito ha iniziato a gravare l’ombra di un’interferenza straniera, per via degli arresti di dimostranti provenienti da Polonia e Ucraina, poi confermata dal protagonismo del duo Varsavia-Vilnius e dell’Unione Europea, hanno convinto Aleksandr Lukashenko a sospendere la politica di avvicinamento all’Occidente, riportandolo saldamente a riaffermare il posizionamento geopolitico di Minsk all’interno della sfera d’influenza russa.

L’episodio più eclatante della crisi, che sarebbe culminata in una vera e propria rottura in assenza del maldestro tentativo di cambio di regime, è stato indubbiamente l’arresto di trentatre mercenari del gruppo Wagner, avvenuto il 29 luglio. L’operazione aveva avuto luogo grazie alla soffiata ricevuta da alcuni servizi segreti esteri, secondo i quali i militari privati si sarebbero trovati nel Paese con l’intento di attuare un piano di destabilizzazione alla vigilia delle elezioni.

A distanza di un mese da quella controversa operazione, il Cremlino ne ha ricostruito i retroscena ed è giunto ad una conclusione: l’intera vicenda sarebbe stata orchestrata da Washington e Kiev con l’obiettivo di accelerare la spaccatura fra Minsk e Mosca.

L’accusa

Il 27 agosto il canale televisivo Rossia 24 ha trasmesso un’intervista a Vladimir Putin durante la quale si è parlato, tra le altre cose, degli eventi che stanno scuotendo la Bielorussia. Il presidente russo si è concentrato, in particolare, sulla maxi-operazione del 29 luglio che aveva condotto all’arresto di trentatre soldati del gruppo Wagner, lanciando delle accuse all’indirizzo di Washington e Kiev.

Secondo Putin, “questa operazione è stata condotta congiuntamente dai servizi segreti statunitensi e ucraini. […] Alcuni dei partecipanti nel processo – persone ben informate e osservatori – non lo stanno neanche nascondendo”. Il gruppo avrebbe dovuto recarsi in America Latina e Medio Oriente, ma sarebbe stato “trascinato in territorio bielorusso e dipinto come una forza per destabilizzare la situazione durante la campagna presidenziale, cosa assolutamente non vera”.

Le dichiarazioni di Putin hanno riportato alla luce una teoria circolata negli ambienti mediatici russi sin dalle fasi immediatamente successive all’arresto dei mercenari, condensata in un approfondimento del 6 agosto firmato dal giornalista investigativo Aleksandr Kots per Komsomolskaya Pravda e in seguito ripreso da Yuri Butusov, capo redattore del portale d’informazione ucraino Censor.net.

Secondo Kots, l’intera operazione sarebbe stata diretta dai servizi segreti ucraini con lo scopo di deteriorare ulteriormente i rapporti fra Minsk e Mosca, che all’epoca erano particolarmente fragili per via dell’agenda filo-occidentale di Lukashenko.

In breve, stando alle informazioni raccolte dal giornalista, nei mesi precedenti all’inizio dell’estate alcuni agenti ucraini sotto copertura avrebbero contattato dei reclutatori al servizio del gruppo Wagner con la scusante di dover proteggere dei presunti siti petroliferi in Siria e in Venezuela. La messinscena sarebbe stata organizzata in maniera scrupolosa: costruzione di alias credibili, fornitura di dettagli sulle attività da condurre una volta ingaggiati, origine di telefonate e messaggistica alterata in maniera tale da essere ricondotta alla Siria in luogo che all’Ucraina.

L’intera operazione sarebbe stata supervisionata dai servizi segreti ucraini dall’inizio alla fine, tappa per tappa. Kots ha scoperto, rivolgendosi alla Turkish Airlines, che i biglietti aerei che avrebbero dovuto portare i mercenari russi fra Damasco e Caracas erano stati acquistati da un’agenzia viaggi con sede a Kiev e aperta di recente, a gennaio – prova, quest’ultima, di quanto fosse stato studiato meticolosamente il piano.

I mercenari, giunti a Minsk fra il 24 e il 25 luglio, avrebbero dovuto prendere un volo per Istanbul il 25 pomeriggio, da dove avrebbero poi dovuto raggiungere America Latina e Medio Oriente. Una volta atterrato nella capitale bielorussa, il gruppo era stato informato dell’improvvisa cancellazione del volo e invitato ad attenderne uno nuovo, previsto entro una settimana, il 30.

Come è noto, quel secondo volo era un’invenzione, e alle prime luci dell’alba del 29 il gruppo era stato tratto in arresto dalle forze di sicurezza bielorusse, avvertite da una soffiata della presenza sospetta di turisti russi, vestiti in abiti militari, alloggiati in un complesso turistico nei pressi di Minsk.

Ad ogni modo, il governo ucraino ha respinto le accuse provenienti dal Cremlino e dalle inchieste indipendenti di Kots e Butusov, sostenendo la totale estraneità ai fatti dei propri servizi segreti ucraini.

L’occasione mancata dell’Occidente

Lo scoppio dell’insurrezione post-elettorale, che ha rapidamente assunto i caratteri di un tentativo di rivoluzione colorata pilotato dall’esterno, ha convinto Lukashenko a ripiegare su Mosca e ad assumere una postura difensiva nei confronti dei suoi presunti registi, fra i quali Polonia, Lituania e Ucraina, mettendo da parte il proposito del cambio di rotta geopolitico.

In definitiva, si può sostenere che il tentato cambio di regime si è rivelato controproducente, un’occasione mancata, perché frutto di un grave errore di calcolo: Lukashenko era realmente intenzionato a rompere con la Russia e ad inaugurare un nuovo corso diplomatico e geopolitico e con molta probabilità avrebbe mantenuto le promesse fatte in sede elettorale.

Il presidente bielorusso aveva dato prova della serietà delle sue intenzioni ben due volte: a giugno, dirigendo una campagna di arresti ai danni della Belgazprombank, e a fine luglio, con l’operazione-farsa che aveva condotto all’incarcerazione di trentatre soldati del gruppo Wagner, accusati di essere entrati nel Paese “per destabilizzare la situazione in vista delle elezioni presidenziali”.

Ad ogni modo, quei mercenari di cui non è dato sapere se fossero realmente coinvolti in un piano antigovernativo, se siano stati vittime di una trama ucraino-americana o, più semplicemente, dell’ennesima provocazione di Lukashenko per sfidare il Cremlino ed inviare un messaggio all’Occidente, sono stati rimpatriati nel più totale silenzio il 14 agosto; proprio come loro, anche il presidente bielorusso ha fatto ritorno a Mosca.