L’Italia e la Tunisia hanno aumentato il numero dei rimpatri dei cittadini di nazionalità tunisina entrati illegalmente nel nostro Paese, ma non c’è stato alcun annuncio, né proclama ufficiale. In sordina, quasi di nascosto, a partire da questo ottobre, l’Italia rimanderà indietro fino a 600 tunisini irregolari al mese, raddoppiando così la quota di circa 300 rimpatri mensili. Il motivo del riserbo che circonda la notizia risiede nel fatto che l’aumento dei voli che riportano i tunisini in Africa non avviene gratis: l’Italia ha messo sul piatto i fondi del Viminale, pari a 30 milioni di euro spalmati in più tranche. La prima rata di 11 milioni di euro è stata promessa durante la visita della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a Tunisi il 17 agosto scorso. Soldi che almeno fino al 3 settembre i tunisini affermavano di non aver ancora visto, stando a quanto affermato ad Agenzia Nova dall’ambasciatore a Roma, Moez Sinauoi. È un dossier che scotta anche sull’altra sponda del Mediterraneo: le organizzazioni non governative tunisine non hanno gradito l’opacità degli accordi, denunciandone la presunta condizionalità a favore dell’Italia.

Critiche dalla Tunisia

Tre organizzazioni della cosiddetta società civile del Paese nordafricano – il Forum tunisino per i diritti socioeconomici (Ftdes), l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e Avvocati senza frontiere (Asf) – hanno apertamente criticato in un comunicato congiunto quella che hanno definito “l’esternalizzazione del controllo alle frontiere della Tunisia”. Le Ong paventano violazioni sistematiche dei cittadini stranieri, in particolare il diritto di richiedere asilo politico, e “hanno presentato richieste di accesso agli atti ai governi dell’Italia e della Tunisia dopo la mancata pubblicazione di contenuti dell’intesa raggiunta lo scorso 17 agosto 2020 che, secondo le notizie di stampa, prevede il sostegno economico italiano per 11 milioni di euro per il rafforzamento dei sistemi di controllo alle frontiere e per l’addestramento delle forze di sicurezza tunisine al fine di prevenire la partenza dei migranti e intercettare le imbarcazioni in acque tunisine”. Una delle novità introdotte dall’accordo raggiunto, spiegano le Ong, “riguarda l’esplicito riferimento alla condizionalità degli aiuti: il ministro Luigi Di Maio ha minacciato la sospensione di 6,5 milioni di euro di finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo in Tunisia al fine di sollecitare un maggior impegno del paese nel controllo delle partenze dalle sue coste”. E’ bene precisare però che il riferimento di Di Maio è ai fondi a disposizione del ministero degli Esteri, che non hanno nulla a che vedere con le somme del Viminale (i famosi 11 milioni) e con il dossier delle migrazioni.

Superati i 10mila ingressi

Intanto, secondo i dati del Viminale aggiornati al 15 ottobre 2020, almeno 10.745 tunisini sono entrati illegalmente in Italia via mare dall’inizio dell’anno. Si tratta del 41 per cento delle nazionalità dichiarate a momento dello sbarco. Inoltre per circa 5mila migranti sono ancora in corso le attività di identificazioni, per cui i tunisini potrebbero essere anche di più. Si tratta a ben vedere di un dato ancora lontano dall’ondata di 50 mila arrivi del 2011, l’anno della rivoluzione dei gelsomini e delle primavere arabe, ma comunque molto più alto della media degli ultimi anni. Una parte non trascurabile degli sbarchi autonomi, inoltre, non vengono registrati e portano in Italia veri e propri fantasmi che non chiedono asilo politico e non vogliono farsi identificare. Quantificarli è impossibile: le stime vanno da qualche centinaio a poco più di un migliaio ogni anno. Eppure sono proprio loro, potenzialmente, a creare maggiori problemi di sicurezza connessi al pericolo terrorismo e Covid-19.

Dubbi sulla validità dell’accordo

Come ha ricostruito la giornalista Arianna Poletti su Il Foglio, l’intesa tra Italia e Tunisia poggia su un accordo firmato a Tunisi il 5 ottobre 2011 quando l’allora premier Beji Caid Essebsi guidava un governo provvisorio insediatosi poco dopo la caccia di Ben Ali. Lo stesso accordo si basa su una nota verbale risalente al 1998 per il rimpatrio di migranti tunisini con procedure semplificate in cambio di aiuti economici ed equipaggiamento tecnico. Secondo alcuni esperti legali, tuttavia, l’intesa è da considerarsi nulla perché non è mai passata da un Parlamento. In base alla Costituzione tunisina del 2014 – spesso descritta come un modello di democrazia per i paesi arabi, ma che oggi sta mostrando tutte le sue criticità, come conferma la profonda crisi politica che attraversa il Paese rivierasco governato oggi da una tecnocrazia – la validazione degli accordi sulle frontiere nazionali spetta all’Assemblea dei rappresentanti del popolo. Inoltre, secondo l’articolo 77, al presidente della Repubblica tunisina spetta la ratifica dei trattati internazionali. Ma il paese culla della primavera araba non ha ancora una Corte costituzionale: mancano infatti i membri eletti dal parlamento. Il rischio è che una volta finito il processo di completamento delle istituzioni, la Tunisia possa stracciare gli accordi con l’Italia per presunta incostituzionalità, non prima di aver ricevuto però aiuti materiali e fondi per decine di milioni di euro.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME