Le principali piazze dell’Iraq continuano ad essere occupate dai manifestanti che da ottobre chiedono migliori condizioni di vita e un cambiamento politico che porti alla fine della dipendenza del Paese da Stati Uniti e Iran, nonché il superamento del sistema settario in vigore in Iraq dal 2003.

Le proteste avevano portato a novembre 2019 alle dimissioni del primo ministro Mahdi, accusato di essere troppo vicino all’Iran e di rappresentare quel sistema politico contro cui i cittadini sono scesi in strada. Dopo mesi di colloqui, i principali partiti iracheni sono riusciti a trovare un candidato comune per la premiership del Paese, ma la loro scelta non ha soddisfatto le aspettative delle piazze, che hanno quindi deciso di continuare a manifestare. Come primo ministro infatti è stato scelto Mohammed Tawfiq Allawi, già ministro delle Comunicazioni nel 2006 e nel 2010, e vicino tramite legami di parentela tanto ad al-Sadr quanto all’ex premier Mahdi. Allawi ha promesso di portare avanti le riforme richieste dalla popolazione, a partire dalla lotta alla corruzione, ma difficilmente riuscirà a mantenere fede alla parola data. La sua investitura, frutto di un accordo segreto tra Sadr e Amiri (leader del blocco Fatah), serve proprio a garantire che nulla in Iraq cambi.

L’accordo segreto

Secondo quanto rivelato da Middle East Eye, a decidere il nome del nuovo primo ministro sono stati Sadr e Amiri, leader tanto del blocco sciita Fatah quanto della milizia Badr. L’accordo tra i due è stato raggiunto dopo otto settimane di negoziati avvenuti a Qom, in Iran, mettendo così in evidenza l’importanza che tuttora riveste l’Iran nelle questioni interne dell’Iraq. Sadr e Amiri hanno anche stabilito a tavolino quali saranno i compiti che il nuovo primo ministro dovrà realmente portare a termine: ripristinare il prestigio dello Stato, rendere il Paese nuovamente sicuro, creare le condizioni perché si vada a nuove elezioni nel giro di un anno e integrare le milizie Hashd al-Shaabi nell’esercito. Come confermato a Mee da alcune fonti che hanno partecipato ai negoziati, Allawi “non può aprire nessun fascicolo sulla lotta alla corruzione né prendere decisioni strategiche come la rimozione della truppe straniere dal Paese”. Nella lista dei compiti che Allawi dovrà portare a termine mancano quindi tutte quelle riforme che i manifestanti chiedono da mesi e non a caso le proteste non si sono ancora fermate. È in questo scenario che entra in gioco Sadr: le sue milizie, note anche come “cappelli blu”, hanno il compito di ripristinare l’ordine nel Paese e costringere i manifestanti a tornare alla vita di tutti i giorni. Da settimane giungono infatti notizie di aggressioni nelle principali piazze dell’Iraq ai danni di chi ancora protesta contro il governo e portate avanti proprio dai saadristi.

La posizione di Sadr sulle proteste

La posizione di Sadr nei confronti dei manifestanti ha subito notevoli cambiamenti nel corso del tempo. Inizialmente il leader sciita esprime il suo sostegno verso le proteste, condannando egli stesso il sistema politico iracheno ed esprimendosi in favore della lotta alla corruzione. A gennaio però qualcosa cambia: Sadr ritira il suo appoggio ai manifestanti, costringendo quindi i suoi sostenitori ad abbandonare le proteste. Il passo indietro dura solo alcune settimane, passate le quali chiede ai suoi di ritornare a occupare le piazze e a manifestare contro il Governo di Baghdad. Con la nomina di Allawi a primo ministro la posizione di Sadr cambia per l’ennesima volta. I manifestanti rifiutano la candidatura dell’ex ministro delle Comunicazioni e il leader sciita richiama i suoi, passando inoltre all’azione: le milizie sotto il suo comando iniziano ad attaccare i manifestanti e a distruggere le strutture da loro erette nelle piazze e nelle strade. Come prevede l’accordo siglato tra lui e Amani.

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