“L’accordo Israele-Libano? Irrealizzabile. Netanyahu? Occhio a darlo per finito”. Parla Elena Testi

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L’accordo siglato a Washington tra Israele e Libano è davvero un passo verso la pace o solo un altro inganno destinato a fallire Cosa resterà del Paese dei Cedri dopo la distruzione sistematica del suo Sud da parte di Tel Aviv? E chi è davvero Benjamin Netanyahu, al di là dei sondaggi e delle narrazioni occidentali che lo danno per finito? Per provare a rispondere a queste domande, abbiamo raggiunto Elena Testi, giornalista e inviata di La7, una delle firme più lucide e coraggiose sul Medio Oriente, autrice del potente saggio «Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana» edito da Sem, un’inchiesta che scava nelle radici più oscure del sionismo religioso, nelle sue alleanze con l’America conservatrice e nelle reti di potere che tengono in ostaggio il futuro di milioni di persone.

Partiamo dall’attualità. L’accordo siglato a Washington tra Libano e Israele. Qual è la sua impressione?

«Più che altro sembra irrealizzabile. Al momento sembra un accordo scritto con l’inchiostro magico. Il Libano è un Paese molto complesso, dove Hezbollah non è solamente un gruppo che, in questo momento, ha aperto un fronte con Israele: il Libano è un Paese nel quale Hezbollah ha presa sui civili ed è forza politica.

L’accordo in questo momento viene molto criticato, lo stesso presidente del Parlamento ha dichiarato che non è vantaggioso e che non si può andare avanti. Ma il punto della questione è un altro: chi disarma Hezbollah? Perché le forze libanesi sono molto deboli, ed è difficile che riescano in questo. Inoltre, il disarmo di Hezbollah potrebbe portare a una guerra civile. E noi sappiamo che il Libano non solo è fragile politicamente ma anche economicamente. E poi c’è la questione dell’occupazione del Sud del Libano, ricordiamo che è un Paese grande come l’Abruzzo.

Israele dice: noi rimaniamo fino a quando Hezbollah non viene disarmato però, come detto, è estremamente difficile e non è la prima volta che se ne parla e non è mai accaduto. Anzi, Hezbollah si è sempre riorganizzato in maniera completamente diversa da prima, come dopo la morte di Nasrallah. Dal punto di vista militare, non è più una forza che agisce in maniera centralizzata ma i comandanti delle varie unità si muovono anche in maniera autonoma. Infatti, nel Sud del Libano c’è una sorta di guerriglia, che peraltro causa delle perdite a Israele, di non poco conto».

Tutt’altro che scontato che l’accordo regga, dunque.

«La situazione è di grande instabilità: l’accordo è chiaramente svantaggioso per il Libano ma il motivo è chiaro. Se hai un mediatore come gli Usa, è chiaro che l’accordo pende verso Israele, e non verso il Libano. Questo è lampante ed è stato denunciato da chi non sostiene quest’accordo.

C’è poi un altro dato sconfortante ed è relativo a ciò che ha fatto Israele in questi ultimi anni. Dal 2024 in avanti, infatti, Tel Aviv ha portato avanti una distruzione completa del Sud del Libano, colpendo anche i cimiteri. Un modo, secondo me, per dire ai libanesi che nel Sud del loro Paese non avranno più nulla, nemmeno i loro cari da andare a trovare, perché militarmente non avrebbe alcun senso. L’intenzione di Israele di occupare quell’area è piuttosto chiara».

Veniamo a Benjamin Netanyahu: criticato in patria per l’accordo con Usa e Iran, in calo nei sondaggi in vista delle elezioni, Bibi appare un leader in estrema difficoltà. Siamo vicinia sua imminente fine politica?

«Politicamente sì, è in difficoltà, ma non è affatto la prima volta. Ci sono stati momenti nella sua vita nei quali ha smesso di fare politica e se n’è andato negli Stati Uniti a fare il consulente per le grandi aziende. È in difficoltà, è probabile che non vinca le prossime elezioni, ma questo non significa che Netanyahu non si ripresenterà o che sia finito. Questo lo si vedrà con il tempo. Questa narrazione un po’ tutta italiana e occidentale, che guarda solo al breve periodo, è sbagliata, occorre guardare al lungo periodo. Anche perché qualora vincesse la coalizione anti-Bibi, secondo me si andrà verso un periodo di instabilità in Israele, che peraltro abbiamo già visto nel 2019-2020 con il Governo Bennett-Lapid, che poi cadde. E poi arrivò questo governo estremo che Netanyahu, con la sua arroganza, pensava di governare ma che, in realtà, ha governato lui».

Un errore che sta pagando caro.

«Bibi ha perso una delle sue caratteristiche principali, ovvero saper dialogare con il presidente degli Stati Uniti d’America. Ora non lo è più e viene considerato in patria responsabile di rendere Israele uno stato vassallo degli Usa, quando sappiamo benissimo che Israele dipende, in larghissima parte, proprio da Washington per ciò che riguarda la Difesa e le armi. Questo è uno dei motivi che ha spinto Netanyahu ad affermare di voler maggiore indipendenza sul settore degli armamenti.

In ogni caso, Israele è profondamente cambiato negli ultimi anni ed è difficile fare un’inversione di marcia. Anche la nuova coalizione non ha alcuna intenzione di aprire un dialogo con i partiti arabi, che rappresentano 2 milioni di persone in Israele. E non ha alcuna voglia di aprire un dialogo con il popolo palestinese e, soprattutto, ha manifestato l’intenzione di portare avanti il sogno sionista. Anche se non è chiaro di quale sionismo parlino, se quello di Ben Gurion o di quel sionismo diventato un virus all’interno della società israeliana e che ha grandi consensi, un sionismo religioso messianico che vuole restaurare la grande Israele come Smotrich e Ben-Gvir».

Parliamo della rete di potere e influenza di questo sionismo religioso di estrema destra con il mondo conservatore evangelico americano e le grandi famiglie Usa. Come viene costruita?

«È molto potente e determinante. È una rete che è cresciuta nel tempo e che è stata in grado di creare delle relazioni bipartisan, sia tra i democratici che tra i repubblicani, sponsorizzando finanziariamente entrambi i gruppi. Sono gruppi talmente tanto influenti che, se prendiamo ad esempio il Consiglio di Nazioni Unite, la metà dei voti espressi dagli Stati Uniti d’America sono a difesa dello Stato di Israele: questo ti fa capire quanto siano influenti.

E poi c’è anche il discorso della politica dell’annessione, perché in Cisgiordania non è occupazione ma annessione. Hanno creato questo schema ormai rodato che permette l’arrivo di soldi, di finanziamenti ingenti da parte delle famiglie americane nelle colonie in Cisgiordania. Non è che si reggono tutte soltanto con questi finanziamenti, però in maggior parte sì. Questo ti fa capire quanto siano stati bravi: a differenza del popolo palestinese, gli israeliani si sono fatti trovare pronti dinanzi agli appuntamenti della storia e anche in questo caso sapevano che gli Stati Uniti d’America dovevano e potevano essere un grande alleato. Anche perché lo Stato di Israele senza il presidente Truman probabilmente non sarebbe mai nato ed è un rapporto che le amministrazioni americane hanno portato avanti nel tempo».

Ma ora negli Usa il vento sta cambiando e Israele è sempre meno popolare.

«Sì, c’è un cambiamento, soprattutto nel partito democratico, perché le nuove generazioni non appoggiano più Israele. Le nuove generazioni democratiche sono fortemente critiche nei confronti di quello che è accaduto e di quello che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania e adesso nel Sud del Libano. Le immagini che noi abbiamo visto hanno fortemente colpito l’elettorato democratico.

Ed è la prima volta che abbiamo visto un partito democratico che chiede di rendere noto il piano nucleare israeliano – che è un segreto di Pulcinella che esista – un vero e proprio tabù. Un altro fatto che ci fa capire come stia cambiando il partito democratico è che hanno chiesto un’analisi dettagliata su quello che sta accadendo in Cisgiordania, perché ci sono alcuni palestinesi che hanno chiaramente la cittadinanza statunitense e ci sono stati casi in cui negli ultimi anni queste persone sono morte in attacchi avvenuti in Cisgiordania. Il partito democratico ha chiesto di chiarire questi incidenti – ma chiaramente non lo sono – per comprendere quello che accade e per proteggere anche loro».

Ma come la vivono in Israele?

«Secondo me, negli israeliani non c’è una reale percezione di ciò che sta accadendo a Gaza, né un autentico senso di colpa. Ma questa mancanza non è dovuta soltanto alla loro responsabilità diretta: dipende anche da come i media e i social network stanno raccontando e filtrando la vicenda.

Seguendo con grande attenzione la società israeliana per cercare di capire, noto che prevale soprattutto il senso della vendetta. La verità viene raccontata in modo parziale: l’uccisione di oltre 20.000 bambini, ad esempio, viene sempre inquadrata nella narrazione che dipinge Hamas come “non umani”, quasi a giustificare qualsiasi cosa.

Tuttavia, va detto che dal 7 ottobre, anzi dall’8 ottobre in poi, ogni sabato gli israeliani sono scesi in piazza per chiedere la liberazione degli ostaggi. E io, che ho partecipato ad alcune di quelle manifestazioni, ricordo benissimo che c’era un forte senso di lutto condiviso. Ancora oggi, ogni sabato e in ogni televisione, vengono trasmesse le testimonianze degli ostaggi e dei soldati che hanno perso la vita per difendere il Paese.

È molto, molto difficile uscire da questo “loop” comunitario. Quando fai parte di quella comunità, capisci quanto sia opprimente questo meccanismo. Lo dico non per giustificare, ma soltanto per provare a comprendere le dinamiche che lo alimentano».