La geopolitica della corsa allo spazio
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Dalla notte dei tempi il popolo degli Stati Uniti si infiamma per una molteplicità di argomenti, fra questi le moral issues che, con puntualità storica ricorrente, portano in strada i cittadini americani, accendendo riots nelle roccaforti delle proteste. Fra queste, il diritto all’aborto riveste un’importanza sociale e costituzionale fondamentale, non solo perché la celebre sentenza Roe vs Wade del 1973 è stata una conquista epocale per le donne americane, ma perché il dibattito fra pro-life e pro-choice si accende ogni qualvolta il diritto all’autogestione del corpo femminile viene messo in discussione dalle leggi statali o da nuove ondate di proibizionismo. Protagonista indiscussa di tutti i cambiamenti epocali in termini di diritti civili è senza dubbio la Corte Suprema, massimo organo di controllo costituzionale che costituisce uno dei pilastri del tempio democratico americano. Ed è proprio questa colonna a subire in queste ore uno scossone fortissimo, quelli che mettono tutto in discussione, compresa la sua affidabilità.

Cosa è accaduto in Corte Suprema

Il 2 maggio scorso, la rivista Politico ha pubblicato una “bozza di routine” della Corte Suprema redatta dal giudice Samuel Alito, circolata all’interno della corte, in cui si afferma “Roe aveva terribilmente torto dall’inizio. Il suo ragionamento è stato eccezionalmente debole e la decisione ha avuto conseguenze dannose. E lungi dal portare a una soluzione nazionale della questione dell’aborto, Roe e Casey hanno acceso il dibattito e approfondito la divisione”. Non una decisione, quindi, ma un materiale preparatorio, non considerato classified. I giudici possono e talvolta cambiano i loro voti quando le bozze di parere circolano e le decisioni principali possono essere soggette a più bozze e scambi di voti, a volte fino a pochi giorni prima che una decisione venga svelata. La decisione del tribunale non sarà definitiva fino a quando non sarà pubblicata, probabilmente nei prossimi due mesi. Ma a prescindere dai tecnicismi, ecco che scoppia il polverone. Mai nella storia una bozza o un documento di qualsivoglia tipologia era trapelato dalle stanze della Corte. Un fatto così grave da indurre immediatamente la Scotus a emettere un comunicato stampa: il documento è autentico, è confermato che si tratta di una bozza di routine e non di una decisione. Tuttavia, il leak è un affronto alla Corte e una rottura della fiducia interna, pertanto si aprirà un’inchiesta.

La bozza mostra che la Corte starebbe cercando di respingere la logica e le protezioni legali precedenti e i rumors confermerebbero l’asse composto da quattro degli altri giudici nominati dai repubblicani – Clarence Thomas, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett – che avevano votato con Alito nella conferenza tenutasi a dicembre, e che presumibilmente resteranno sulla stessa linea anche a proposito della bozza trapelata. I tre giudici nominati dai democratici – Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan – starebbero invece lavorando su una o più dissenting opinions, mentre non è chiaro se il giudice capo John Roberts alla fine voterà e se si unirà a un parere già scritto o redigerà il proprio. Nella misura in cui questo tradimento delle confidenze della Corte era teso a minare l’integrità delle nostre operazioni, non avrà successo. Il lavoro della Corte non sarà influenzato in alcun modo”, ha promesso Roberts in una dichiarazione scritta. “Questa è stata una singolare ed eclatante violazione di quella fiducia che è un affronto alla Corte e alla comunità dei dipendenti pubblici che lavorano qui”.

La Roe vs Wade a rischio

Le difficoltà di queste ore nascono proprio dalla compressione che la Roe vs Wade sta subendo negli ultimi due anni. Il 2021 è stato un anno particolarmente complesso da questo punto di vista e, complice l’emergenza pandemica, numerosi Stati hanno introdotto regole ancora più restrittive per l’accesso all’interruzione di gravidanza. Aveva fatto scalpore il caso del Mississippi, che con una legge dello Stato del 2018 proibisce l’aborto dopo 15 settimane di gravidanza, mettendo in discussione le 24 settimane previste dalla legge del 1973. Il tema dell’aborto, inoltre, è tornato in auge soprattutto dopo la nomina della conservatrice Amy Coney Barrett che non ha mai negato di non ritenere “sacre” le acquisizioni della storica sentenza, che reputa non al pari della Marbury vs Madison, ad esempio.

Il caso Roe vs Wade ha concesso un’ampia gamma di diritti alle donne, creando il sistema cosiddetto “trimestrale”, che concede un diritto assoluto all’aborto nei primi tre mesi di gravidanza, lo consente -con alcune regolamentazioni governative- nel secondo trimestre di gravidanza, ma soprattutto dichiara che gli Stati possono limitare o vietare gli aborti nell’ultimo trimestre a meno che non vi sia pregiudizio per la vita o salute della donna.

Nel corso degli anni, questo ha dato vita ad una mappa del diritto all’aborto a macchia di leopardo: ad esempio, 36 Stati richiedono che venga eseguito da un medico autorizzato, 19 richiedono che venga eseguito in ospedale e 17 richiedono il coinvolgimento di un secondo medico. In 43 Stati sono vietati gli aborti dopo un determinato momento della gravidanza, con alcune eccezioni previste. L’altra discriminante è quella dei finanziamenti pubblici: 16 Stati utilizzano i propri fondi per pagare tutti o la maggior parte degli aborti necessari dal punto di vista medico per gli iscritti a Medicaid; 33 Stati e il Distretto di Columbia vietano l’uso di fondi statali tranne nei casi in cui sono disponibili fondi federali: quando la vita della paziente è in pericolo o la gravidanza è il risultato di stupro o incesto. A dispetto dei requisiti federali, il South Dakota limita i finanziamenti ai soli casi di pericolo di vita, invece. Anche la copertura assicurativa è un discrimine: 12 Stati limitano la copertura dell’aborto nei piani assicurativi privati, il più delle volte limitandola solo nei in cui la vita della paziente sarebbe messa in pericolo se la gravidanza fosse portata a termine. Anche l’obiezione di coscienza è disciplinata dalla legge: 45 Stati consentono ai singoli operatori sanitari di rifiutarsi di partecipare agli interventi; 42 Stati consentono alle istituzioni di rifiutarsi di praticare aborti, 16 dei quali limitano il rifiuto a istituzioni private o religiose. Altre norme accessorie riguardano la consulenza pre-procedura e il periodo di tempo obbligatorio che deve intercorrere tra la decisione e l’interruzione. Norme ancora più restrittive riguardano l’aborto in caso di madre minorenne (una vera emergenza sociale a livello federale): 37 Stati richiedono il coinvolgimento dei genitori nella decisione di un minore di abortire.

Cui prodest?

La piattaforma di Politico ha dichiarato di aver ricevuto la bozza da una persona “familiare” con i lavori della Corte a proposito del caso del Mississippi, fornendo ulteriori prove di autenticità, confermata dallo stesso giudice Roberts. Due secoli fa, gli eredi dei Padri Fondatori sostenevano che i lavori della Corte Suprema dovessero restare segreti affinché la sentenza possa apparire come la voce dell’oracolo, la pura voce della Legge. Questo episodio fa breccia nelle segrete stanze del supremo giudice costituzionale, minandone il meccanismo di fiducia, nonché la credibilità. Gli autori dell’inchiesta, invece, ne difendono la battaglia di civiltà retrostante: “più che un’intrusione nel dominio santificato della Corte Suprema, un’indagine su un atto legislativo in evoluzione”.

Le domande che scaturiscono dall’episodio, sul quale rischia di indagare l’FBI, sono molteplici. Innanzitutto, chi è stato e per conto di chi? Un pesce piccolo, magari legato al mondo dell’attivismo? O un pesce grande attraverso un mediatore, che aveva la precisa volontà di scatenare il polverone? Ma soprattutto, chi trarrebbe vantaggio dal cataclisma costituzionale scatenato in queste ore? Senza dubbio i progressisti pro-choice: un sondaggio di pochi giorni fa, infatti, rivela che il 54% di americani vuole tenersi stretta la sentenza Roe, mentre solo una minoranza del 28% vorrebbe rovesciarla.

Nel parapiglia generale, il presidente Joe Biden, dopo aver nicchiato sul tema in campagna elettorale e in quasi un anno e mezzo di mandato, si esprime con fermezza: “Credo che il diritto di scelta di una donna sia fondamentale, la Roe è legge del Paese da quasi cinquant’anni e l’equità fondamentale e la stabilità della nostra legge esigono che non venga ribaltata”. Adesso, indietro, non si torna più.

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