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Politica

Perché la candidatura della Warren rappresenta un assist per The Donald

Elizabeth Warren è pronta. La sua candidatura è stata annunciata. Sono già note le cifre raccolte in questi mesi. Si può leggere addirittura dell’individuazione della sede per il comitato elettorale, che dovrebbe sorgere nella “sua” Boston.  Politico ha parlato di...

Elizabeth Warren è pronta. La sua candidatura è stata annunciata. Sono già note le cifre raccolte in questi mesi. Si può leggere addirittura dell’individuazione della sede per il comitato elettorale, che dovrebbe sorgere nella “sua” Boston. 

Politico ha parlato di 12,5 milioni di dollari già incassati con il fine di dar vita alla campagna elettorale. Prima di potersi considerare l’avversaria di Donald Trump, la Warren dovrà passare dalle primarie interne, che avranno inizio a gennaio del 2020 con i caucus in Iowa.





Certo, la senatrice del Massachussets, che è stata riconfermata poco tempo fa con le medio-termine, potrà contare sul sostengo dell’apparato partitico e su molti degli storici finanziatori, ma basterà a convincere gli elettori americani? Hillary Clinton ha già dimostrato che il supporto incondizionato dei vertici non è sufficiente e che la Warren rischia davvero di rappresentare una fotocopia, in termini di performance, dell’ex segretario di Stato. 

Anche perché la competizione degli asinelli si preannuncia parecchio affollata. Joe Biden ha ammesso di essere la persona “più qualificata” per ricoprire la carica di presidente degli Stati Uniti. Barack Obama ha incontrato Andrew Gillum e Beto O’Rourke per vagliare le ipotesi  riguardanti la loro discesa in campo. Bernie Sanders ha dichiarato che, nel caso in cui al momento del voto, ritenesse di essere l’esponente politico migliore per battere The Donald, allora farà parte della partita.

Tralasciando gli altri “papabili”, tipo la temibile Kamala Harris, almeno per Donald Trump, si può intuire bene come la sfida appaia davvero complicata per chiunque. Politico pone inoltre l’accento sulla macchina organizzativa della Warren, che non avrebbe eguali. Ma la senatrice ha almeno due problemi di difficile risoluzione: è considerata parte dell’establishment e non è vista come la più incline a dialogare con le minoranze. Sono entrambi fattori politici centrali per l’attuale situazione politica a stelle e strisce. 

C’è, poi, una valutazione da fare in merito al numero di candidati progressisti che si presenteranno alle primarie. Tra ufficiali e non, si vocifera di ben cinque persone, provenienti da quell’area, disposte a giocarsi le loro chances. Bernie Sanders, che era l’unica espressione di quella corrente nel 2016, ha sì influenzato buona parte del partito, ma da qui ad asserire che i progressisti possano dividersi per cinque ce ne passa. Il senatore del Vermont ha sorpreso tutti, avendo tenuto testa alla Clinton, ma ha perso. 

I voti si disperderebbero e nessuno, con buona probabilità, sarebbe in grado di contrastare l’espressione dei moderati. Joe Biden, invece, è un “operaista” abituato a interloquire con le fasce elettorali che stanno cambiando la storia degli Stati Uniti.  Biden contro Warren, insomma, avrebbe poco da raccontare. Warren contro Trump quasi niente.

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