Fuori da (quasi tutto). La Wada, cioè l’Agenzia mondiale antidoping, suprema custode della pulizia dello sport di vertice, ha rifilato una nuova bastonata alla Russia con un bando di quattro anni che taglierà gli atleti russi fuori dalle Olimpiadi di Tokio (2020), dalle Olimpiadi invernali di Pechino (2022) e dal Campionato del mondo di calcio del Qatar (2022), oltre che dalle Universiadi del 2021 e del 2023. Salva solo la partecipazione della Russia, coinvolta come squadra classificata per la fase finale ma anche come Paese organizzatore (almeno quattro partite dovrebbero svolgersi a San Pietroburgo), al Campionato europeo di calcio dell’anno prossimo. Esclusi dalle manifestazioni sportive anche i dirigenti sportivi russi, pure se in veste di semplici osservatori. Qualche speranza solo per gli atleti che, nel frattempo, riusciranno a dimostrare di essere puliti, i quali comunque dovranno gareggiare sotto bandiera neutrale.

Il comitato esecutivo della Wada ha deciso all’unanimità, in base a una ragione precisa. Secondo l’accusa, infatti, Rusada, ovvero l’agenzia antidoping del Comitato olimpico russo, all’inizio del 2019 aveva accettato di fornire alla stessa Wada i risultati dei test antidoping effettuati in precedenza sui propri atleti, ma aveva poi spedito migliaia di file che riportavano risultati non veritieri o alterati. Lo stesso Yuri Ganus, diventato direttore generale di Rusada nell’agosto del 2017, si era fortemente impegnato per restituire credibilità allo sport russo. Ma pochi giorni fa, di fronte alle contestazioni Wada, aveva dovuto ammettere:

È molto probabile che arrivino nuove sanzioni e saranno giustificate. È una tragedia per il nostro sport

Si ripete, in sostanza il quadro del 2015, quando il cosiddetto Rapporto McLaren aveva descritto un uso massiccio, ripetuto e organizzato del doping da parte degli atleti russi e aveva portato a un bando della durata di tre anni, del tutto analogo a quello appena deciso. Sotto accusa erano finite in particolare le Olimpiadi invernali di Sochi, in cui la Russia aveva vinto 33 medaglie. Quattro di quelle medaglie furono revocate, insieme con altre 12 vinte dagli atleti russi alle Olimpiadi di Londra del 2012. Nel 2016, inoltre, arrivarono le rivelazioni di Grigorij Rodcenko, ex direttore generale di Rusada fuggito negli Usa, il quale sosteneva che almeno 15 delle medaglie vinte dai russi a Sochi erano frutto di prestazioni dopate e che erano intervenuti gli agenti dell’Fsb (il servizio segreto russo per la sicurezza interna) ad alterare le analisi post-gara. In ogni caso, 168 atleti russi poterono partecipare, anche se sotto diversa bandiera, ai Giochi Olimpici invernali del 2018 di Pyeonchang, in Corea del Sud.

Tra allora e oggi, però, si può misurare una differenza, frutto forse dei tempi e delle diverse situazioni. Nel 2015 e nel 2016, le polemiche con la Russia per il doping avevano subito preso una chiara connotazione politica. L’inasprirsi della crisi in Ucraina (la rivoluzione di Maidan, la fuga a Mosca del presidente eletto Yanukovich, gli scontri nel Donbass, l’occupazione della Crimea da parte delle forze russe) e l’elezione alla presidenza Usa di Donald Trump, da Barack Obama e Hillary Clinton subito attribuita alle fake news distribuite via Internet dai russi, fecero sì che la squalifica comminata dalla Wada si inserisse in un quadro complessivo di delegittimazione internazionale della dirigenza russa e in particolare del presidente Vladimir Putin, da molti descritto come il mandante di una gigantesca truffa sportiva dai fini politici, un’operazione da Guerra fredda di esaltazione dell’imperialismo russo. Si cercava a tutti i costi la “pistola fumante” del coinvolgimento del Cremlino, a dispetto del fatto che il doping non fosse una questione solo russa. Nel 2015, rispetto ai 176 atleti russi, erano stati “beccati” anche 129 atleti italiani, 117 indiani, 84 francesi, 59 sudafricani, 50 americani, 45 inglesi, 43 polacchi e così via.

Oggi il quadro è diverso. Vladimir Putin ha sempre tenuto un profilo molto moderato sulla questione del doping, ribadendo più volte la volontà di cooperare con le autorità sportive internazionali.

Quasi tutti i dirigenti dello sport russo coinvolti nello scandalo sono stati silurati. E anche in queste ore la “punizione” è stata accolta a Mosca senza troppi clamori. A chiedere l’estromissione totale dalle competizioni di tutti gli atleti russi, coinvolti o no nello scandalo, è rimasto, non a caso, il solo Travis Tygart, direttore dell’agenzia antidoping Usa. Proprio mentre Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico a stelle e strisce, invitava a non politicizzare una questione brutta ma confinata all’ambito sportivo.

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