Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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L’intera Europa guarda con apprensione a Orban. E per una volta non si tratta del dinamico premier ungherese Viktor Orban, ma del suo collega rumeno e quasi omonimo Ludovic Orban. Liberale, Ludovic Orban ha recentemente ricevuto dal presidente Klaus Iohannis l’incarico di formare un nuovo esecutivo dopo la caduta del governo della socialdemocratica Viorica Dancila e sarà presto atteso dal voto di conferma al parlamento di Bucarest. Voto da cui dipende la possibilità per la Romania di nominare un commissario europeo da affiancare al presidente Ursula von der Leyen e consentire così all’esecutivo Ue di iniziare a operare prima della fine del 2019.

L’Unione europea, stante il rifiuto di Boris Johnson di nominare un membro temporaneo per il Regno Unito, deve ancora assistere alla conferma di tre membri della prossima Commissione prima che la squadra di Ursula von der Leyen possa essere sottoposta al voto generale sulla sua definitiva conferma. La bocciatura della francese Sylvie Goulard da parte dell’Europarlamento era seguita a quella della rumena Rovana Plumba e dell’ungherese Laszlo Trocsanyi. Budapest e Parigi hanno già ovviato alla necessità designando rispettivamente Oliver Varhelyi e Thierry Breton, mentre la Romania è ancora in stand-by.

La conferma di Orban a Bucarest spianerebbe senz’altro la strada ma non farebbe venire meno il decisivo ostacolo della ratifica da parte di Strasburgo della nomina di Breton, Varhelyi e del membro rumeno della Commissione. In particolar modo, sarà interessante valutare la posizione di Breton. Il Partito popolare europeo ha guidato l’assalto a Macron contribuendo a mettere sulla graticola Sylvie Goulard in audizione, e il capo dell’Eliseo ha nominato un supermanager di successo come Breton, tra le altre cose, anche per la sua impostazione politica di destra. Basterà a far superare lo scetticismo popolare per il maxi-portafoglio assegnato alla Francia, che comprende Industria, Difesa e Spazio? Staremo a vedere, sebbene Breton abbia tutt’altre credenziali rispetto alla debole liberale Goulard.

Si può dire con un certo margine di sicurezza che la conferma di Orban è l’unica opzione che garantirebbe di mantenere aperta la finestra del completamento della Commissione e la sua ratifica entro il 2020. Una bocciatura a Bucarest, invece, avrebbe un effetto domino travolgente, rimandando al 2020 la sua partenza, facendo rimandare sine die i famosi “primi cento giorni” in cui la von der Leyen mirava a concentrare le sue prime politiche, tra cui il “Green New Deal”, e prolungando la paralisi politica europea. Fermo restando che la Commissione nel suo intero dovrà affrontare le forche caudine della conferma definitiva in un”Europarlamento diviso in bande armate e da partiti in perenne lotta tra loro.

Fino a che la situazione non si sarà chiarita resterà in carica come reggente la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker. O meglio, nominalmente ancora amministrata dall’ex premier lussemburghese ma dall’11 novembre in avanti gestita ad interim dal socialista belga Franz Timmermans, dato che Juncker è atteso da un delicato intervento chirurgico per la rimozione di un aneurisma. Commissione che gestirà gli affari correnti, tra cui il possibile e tutt’altro che indifferente concretizzarsi della Brexit, completamente depotenziata e inattiva. Mentre l’era von der Leyen non riesce a sorgere. Il voto di Bucarest chiarirà molte cose. Ma anche in caso di conferma di Orban e celere nomina rumena, come abbiamo visto, per la von der Leyen sarebbe prematuro cantare vittoria.