Dopo poco meno di un mese le proteste in Libano non sembrano diminuire di intensità, anzi… I recenti eventi sembrano aver rafforzato il sentimento anti-governativo e anti-politico presente in seno ai manifestanti, in particolare l’uccisione di Alaa Abou Fakhr, esponente del Partito socialista progressista, e l’arresto dell’attivista Khaldoun Jaber, in seguito rilasciato al grido di vittoria, sembrano segnare una vera e propria svolta in Libano. A nulla sono servite le dimissioni del primo ministro Saad Hariri né tantomeno le parole del presidente Michel Aoun, che hanno avuto l’effetto contrario. Sono stati in particolare alcuni passaggi ad avere gettato ulteriore benzina sul fuoco: la sua richiesta affinché il Libano torni alla normalità, considerato che alcune richieste sono stati prese in considerazione; la volontà di dare vita a un nuovo governo che non sia però interamente tecnico, come invece i manifestanti vorrebbero.

Insomma, non si scorge una fine all’orizzonte ed è difficile credere che ora il popolo si possa accontentare di un qualsivoglia compromesso. Del resto i libanesi ci tengono a essere chiari su quanto sta avvenendo:

Non è una semplice protesta, è una vera e propria rivoluzione

Una rivoluzione che coinvolge tutto il Paese, come ha sottolineato anche Riccardo Cristiano: uomini e donne, musulmani e cristiani, nord e sud, centro e periferia; persino roccaforti del “Partito di Dio” (Hezbollah) come Nabatiye e Baalbek. A livello politico tutti sono nel mirino delle critiche e del risentimento popolare, nessuno è escluso, prova ne è l’azione di qualche giorno fa volta a rimuovere ogni manifesto e gigantografia riconducibili a un partito o a un politico.

La voce di chi è in strada

E sono tantissimi i giovani scesi in piazza, studenti delle superiori e dell’università. Sono loro a rubare la scena, anche grazie all’utilizzo dei social network come Instagram e Facebook, i quali permettono di raggiungere un pubblico che va ben oltre a quello nazionale e che, al tempo stesso, riesce a fare rete in tempi strettissimi.

A colpire, tra le tante scene, è il video di una ragazza di Tripoli che con il megafono incita i suoi coetanei gridando:

una rivoluzione pacifica, contro i ladri! Una rivoluzione popolare di fronte a quelli che sono l’ingiustizia. Di fronte ai governanti!

Il tono, la forza e il riscontro fanno comprendere come un arretramento di chi oggi è in piazza appare semplicemente impossibile. E non potrebbe essere altrimenti, dato che più di qualcuno ci tiene a precisare che quanto oggi sta avvenendo, doveva succedere già anni fa.

“Dopo la guerra civile finita nel 1990, il Paese non si è mai realmente ripreso e con il tempo la situazione è peggiorata a causa del sistema corruttivo che la classe politica ha alimentato”, racconta Jad Rida, giovane studente di ingegneria meccanica, “finalmente abbiamo trovato la forza di protesta, meglio tardi che mai”. “La corruzione non basta a spiegare la rabbia, bisogna porla all’interno di un contesto disastroso quale è oggi il Libano, dove lo stipendio mensile è basso e molte persone vivono in povertà”, continua Rida, le cui parole vengono confermate dai dati del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).

Alle difficoltà economiche si mescolano quelle di carattere socio-assistenziale. “Devi capire che da noi non esiste l’assicurazione sanitaria pubblica e chi è povero spesso non riesce ad avere le cure di cui ha bisogno, il sistema scolastico e universitario privilegia chi è benestante, ma anche chi riesce ad avere una buona formazione spesso non riesce a trovare opportunità lavorative ed è costretto a emigrare”, conclude Rida ricordando che solamente nel 2018 circa 34mila libanesi hanno lasciato il Paese.

E sul fenomeno migratorio si esprime anche Yasmina, anche lei studentessa, che si domanda come si possa vivere in un Paese così fortemente corrotto. “Come possiamo rimanere qui, dove manca il lavoro e bisogna lottare per diritti basilari”, si domanda comprendendo le ragioni di chi lascia lo Stato, “tutti stiamo andando via e non è giusto, perché lasciamo anche le nostre famiglie, se potessimo scegliere credo che molti di noi preferirebbero restare nella terra dove siamo nati”. In ogni caso, secondo la studentessa la rivoluzione che il Libano sta vivendo in questi giorni si è caricato di un significato anche maggiore. “Io sono convinta che finalmente si pone la vera conclusione della guerra civile, che ha portato a divisioni religiose mai abbandonate ma che i giovani non riescono a comprendere”, spiega Yasmina, “basta guardare come in piazza siano scesi persone sia musulmane che cristiane, la nostra unione è la nostra forza contro un potere che ha rovinato la nostra casa”.

Ciò nondimeno non manca chi per le strade esprime i propri dubbi sulla genuinità della manifestazione dopo più di venti giorni. “Credo che si trattasse di vera rivoluzione nei primi giorni”, spiega Majd mentre parla e fuma come molti altri libanesi, “con il tempo hanno iniziato ad avvicinarsi anche persone legate ai partiti politici che cercano di sfruttare la protesta per i loro interessi. Però ci tengo a precisare che la maggior parte delle persone sono qui perché vi credono fermamente”. Al tempo stesso un suo amico, anche lui di nome Majd, ci tiene ad avvisare che i partiti faranno di tutto a dividere i manifestanti facendo ricorso all’appartenenza religiosa. “La politica in Libano è corrotta, lo sanno tutti, a qualcuno fa comodo e cercheranno di ricordare che la nostra società non è unita ma divisa tra cristiani e musulmani”, conclude mentre chiude la sigaretta.