La vittoria scudetto del Napoli è stata anche una festa della Palestina

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Nelle ore immediatamente precedenti alla partita tra Napoli e Cagliari, evento conclusivo (e decisivo) della Serie A 2024/25, nel quartiere Forcella, nel centro storico del capoluogo campano, è comparso un grande striscione steso tra i palazzi, sopra una via. Riportava i colori della bandiera palestinese ma con al centro uno scudetto tricolore e il simbolo del Napoli. Da un lato c’era scritto “Free Palestina”, e dall’altro “Forcella ringrazia la squadra”. Può sembrare un accostamento azzardato, considerando che nessuno nel Napoli – né a livello societario né nel gruppo dei giocatori di Antonio Conte – si è mai espresso in alcun modo su quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza. Ma in Italia poche città come Napoli sono state solidali con la Palestina, dall’inizio del massacro israeliano nell’ottobre del 2023.

Proprio la mattina del giorno della partita, che ha poi regalato ai partenopei il quarto scudetto della loro storia, il consiglio comunale aveva approvato la mozione per il riconoscimento simbolico dello Stato della Palestina. E poi le bandiere nere, rosse, bianche e verdi sono state sventolate nella curva dello Stadio Maradona, e di nuovo sono state viste in città durante i festeggiamenti.

La causa palestinese a Napoli è un tema molto sensibile almeno dagli anni Settanta, che non si è affievolito neppure nell’epoca recente. Nell’ottobre del 2023, poco dopo l’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, 3.000 persone erano scese in corteo per chiedere la pace in Medio Oriente, ma iniziative di questo tipo sono proseguite a ritmo regolare fino a oggi, e un’altra è prevista per il prossimo 21 giugno. Già nel maggio del 2021 un’iniziativa per la Palestina raccoglieva 5.000 persone nelle strade del capoluogo campano.

Passeggiando per la città, ci si può imbattere nei murales realizzati dal foto-reporter Eduardo Castaldo, la cui fama è arrivata pure in Medio Oriente grazie a un approfondimento pubblicato da Middle East Eye. Poi c’è stato il recente caso della “Taverna a Santa Chiara”, la cui proprietaria Nives Monda è stata ingiustamente accusata di aver cacciato una coppia di turisti israeliani dal ristorante. Ne è scoppiato un caso internazionale, sul quale si è mobilitata pure la politica: la giunta comunale di centrosinistra aveva inizialmente preso le difese dei turisti, ma quando la solidarietà della cittadinanza si è fatta sentire ed è emerso con maggiore chiarezza quanto accaduto realmente, l’amministrazione si è corretta.

In tutto questo, nel suo piccolo, lo sport ha fatto il possibile per tenere alta l’attenzione sulla Palestina. Durante la sesta tappa del Giro d’Italia, arrivata proprio a Napoli lo scorso 15 maggio, numerose bandiere palestinesi sono state sventolate dagli spettatori lungo le strade, e c’è stata anche una protesta contro la partecipazione alla corsa del team israeliano IPT.

Nel calcio, la campagna di solidarietà ‘Show Israel the Red Card’, di cui avevamo scritto nei mesi scorsi, è stata abbracciata anche da club popolari della zona, come la Stella Rossa 2006 e il Quarto 2012. I coordinatori dell’iniziativa sul territorio italiano, i ragazzi del progetto Calcio e Rivoluzione, sono originari proprio di Napoli.

E, sempre attraverso il calcio, l’amore di Napoli per la Palestina viene ricambiato da Gaza, come dimostra il caso di Naim Rayyan, tifosissimo del club partenopeo che sul suo profilo Facebook commenta le imprese della squadra di Conte. È diventato particolarmente celebre in Italia quando ha pubblicato una foto a sostegno proprio della “Taverna a Santa Chiara”: lui in piedi tra le macerie, maglia azzurra indosso, e un cartello con sopra scritto, in italiano, “Da Gaza ferita a Napoli ribelle”.

Come ha raccontato il giovane giornalista sportivo Abubaker Abed, in una recente intervista con InsideOver, il calcio in Palestina continua a essere una passione e un modo per distrarsi dalla barbarie quotidiana della guerra.