É passato più di un mese da quando i talebani hanno preso Kabul. Per il momento, al di là degli annunci, non c’è stata la proclamazione dell’emirato e né tanto meno il nuovo governo, i cui membri sono stati resi noti il 7 settembre, è entrato ufficialmente in carico. L’Afghanistan dunque è rimasto nel limbo. Gli studenti coranici girano per il Paese a bordo dei pickup con tanto di propria bandiera al seguito, controllano check point e punti di accesso delle principali città. Ma, paradossalmente, è meno il tempo da loro impiegato per riprendere il controllo del territorio che per dare una forma istituzionale al loro dominio. Forse perché, in fondo, nemmeno i talebani volevano con fretta tornare a mettere i piedi a Kabul.

I talebani sorpresi dall’avanzata

Era ancora il mese di luglio quando si iniziava a pensare alla possibilità di un nuovo Afghanistan talebano. Questo perché in primavera diversi contingenti internazionali, a partire da quello italiano, hanno lasciato le basi militari in cui operavano. Gli studenti coranici hanno preso in mano l’iniziativa con l’esercito ufficiale afghano incapace di rallentare l’avanzata. Anche in quei giorni però si parlava di una presa di potere da parte dei talebani “entro qualche mese”. I rapporti dell’intelligence sulla scrivania del presidente americano Joe Biden ipotizzavano una Kabul difendibile ancora per due o tre mesi. E invece la storia ha parlato di ben altro. I primi di agosto i talebani erano già alle porte della capitale e il 15 agosto è arrivata la capitolazione dell’oramai ex presidente afghano Ghani. Non erano però sbagliati i report degli 007. Era impensabile concepire un crollo immediato delle difese governative. Di questo ne erano probabilmente consapevoli gli stessi talebani. Quando Kabul è caduta, il Mullah Baradar era ancora a Doha, dove ha vissuto negli ultimi anni in qualità di mediatore e leader politico del movimento.

Segno di come anche i vertici non avevano messo in conto la possibilità di dover, già in piena estate, pensare a formare un governo. Qualcosa è andato “storto” sia nei piani di ritiro degli Usa, sia nei piani di conquista dei talebani. Entrambe le parti hanno dovuto accelerare i rispettivi programmi. Washington ha dovuto frettolosamente abbandonare l’Afghanistan, gli islamisti hanno dovuto improvvisamente pensare a governare. L’impressione è che nessuno di loro, nemmeno i leader, era pronti a questo. Le recenti voci sulle sorti dello stesso Baradar, dato addirittura per morto ma apparso in video pochi giorni fa in video, la dicono lunga. Lui doveva essere il numero uno dell’esecutivo, ma gli è stato preferito Hassan Akhund, un altro anziano collaboratore del Mullah Omar, fondatore del movimento. Una virata improvvisa verso una precisa ala del gruppo, quella legata al consiglio della Shura stanziato in Pakistan, in grado di sottintendere diatribe interne non semplici da risolvere. La questione però è ancora più complessa e ha a che fare con la complessiva organizzazione dei talebani, “costretti” a trasformarsi da milizia a forza di governo.

Quei problemi di difficile gestione

Secondo i servizi segreti Usa, i membri del gruppo islamista in Afghanistan sarebbero in totale settantamila. Una forza importante finché si tratta di organizzare, come fatto in questi ultimi venti anni, una guerriglia contro i contingenti internazionali e contro i militari locali. Ma che diventa esigua nel momento in cui occorre controllare un intero Paese. Il dissolto esercito non è riuscito in quest’ultima impresa pur avendo a sua disposizione trecentomila effettivi e i moderni equipaggiamenti ricevuti dall’occidente. Per i talebani sarebbe stato meglio aspettare per davvero quei fatidici due o tre mesi ipotizzati dagli Usa per la presa di Kabul, è questa l’idea iniziata a circolare tra gli stessi Mullah. Perché adesso devono provare, con i loro solo membri, a mantenere la presa effettiva sul territorio. Organizzare le proprie “truppe” e i propri gruppi interni in modo repentino e sotto la spinta di un’avanzata quasi inaspettata non è un’azione da semplice.

Alle porte ci sono già altri importanti problemi, che hanno a che fare con la sfera politica e amministrativa. Un terzo del budget del dissolto Stato afghano dipendeva dagli aiuti internazionali, al momento cessati per via del non riconoscimento internazionale del nuovo emirato, peraltro ancora non proclamato. Le banche sono ancora chiuse ed erogano poco contante al giorno, mentre le riserve nazionali sono congelate in conti all’estero. A breve in Afghanistan arriverà l’inverno e con intere famiglie senza reddito e senza sostentamento, il collasso umanitario è dietro l’angolo. Controllare una situazione del genere potrebbe essere molto difficile. Tra diatribe interne, impreparazione al ruolo di governanti e situazioni economiche di difficile risoluzione, la repentina vittoria estiva per i talebani potrebbe trasformarsi in un brutto affare.