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Ha parcheggiato quattro lingotti con le ruote nel centro di Londra, davanti al Mandarian Oriental hotel,vicino a Hyde Park. Roba sobria: una Mercedes G 63, una Bentley Flying Spur, una Rolls Royce e una Lamborghini Aventador Sv. Il tutto carrozzato d’oro, il tutto per un valore di un milione e duecentomila dollari. Il tutto multato dalla polizia londinese (a ogni vettura la sua contravvenzione), visto che dallo scorso anno, dopo le proteste dei residenti, nelle zone di Kensington e Chelsea è vietato il passaggio di auto con motori ritoccati che viaggiano ad alta velocità o che possono ostruire il traffico.E invece lui cos’ha fatto? Prima ha rombato con i suoi amici, poi ha piazzato l’arsenale automobilistico lì dove non si può, lì dove non si deve. E poi ha documentato tutto sui social, ovviamente. Perché ciò che non è postato su Instagram non esiste. E invece lui esiste eccome: con i suoi centimetri (in termini di statura) incresciosamente scarsi, con i suoi centimetri (in termini di zeri sul conto in banca) imbarazzantemente imponenti. È bassino, paffutello, ha una testa di capelli ricci meticolosamente domati a gel, è incline ai sorrisi, ingordo di trofei (di qualsiasi trofeo si tratti), spazia tra look occidentali più o meno formali ma indossa con una certa fierezza anche quelli tradizionali.Ma a parte questo, di lui si sa pochissimo. Si chiama Turki Bin Abdullah, ha quarantaquattro anni (è nato il 21 ottobre 1971), ha conseguito un master in Business Administration all’università del Galles, ha un figlio, un’ex moglie, una (presunta) parentela con il re Saudita. Ma se di lui si sa poco o nulla, di quelli come lui (non che siano tanti, a dire il vero) sappiamo sicuramente più di quanto vorremmo. Complice la moda dei selfie e una spasmodica voglia di dimostrare di esserci. Di aver calpestato in qualche modo, eventualmente anche senza scopo, la passerella di questo mondo. Sono ormai mesi che i suoi «colleghi» miliardari si immortalano e si offrono tramite social: compleanni smargiassi a bordo piscina, feste innaffiate da champagne per giovani palati che non lo saprebbero distinguere dal Tavernello, shopping smodato con più ritmo (nelle carte di credito) che gusto, barboncini ingioiellati, unghie laccate, tacchi sperticati, tatuaggi arrabbiati, malinconie ruvide. Giovinastri e miliardi. Vite ad alto volume che finiscono col sembrare ceramiche scheggiate. Gente che si fa vedere senza vedere. Gente che si guarda attorno in modo casuale, senza un progetto negli occhi.Parcheggiano lingotti nel centro di Londra, riempiono vasche di prosecco, stipano bagagliai con pacchetti di Tiffany, caricano leopardi al guinzaglio su limousine e aerei privati. Quando i petrodollari sono troppi, smettono di servire e iniziano a confondere.Tranne se sei il principe Alwaleed Bin Talal che ha deciso di donare nei prossimi anni tutto il suo patrimonio di trentadue milioni di dollari in beneficenza. Alwaleed, 60 anni, uno degli uomini più ricchi del mondo (il 34esimo della lista di Forbes), ha detto di essersi ispirato alla Gates Foundation nata da Bill e Melinda Gates nel 1997. Il suo enorme patrimonio, ha spiegato, «servirà ad aiutare i bisognosi, la causa delle donne e a rendere il mondo un posto più tollerante». Turki Bin Abdullah e i suoi amici continueranno a mettere a dura prova la tolleranza del resto del mondo.

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