Mario Draghi sbarca in Libia nel suo primo viaggio all’estero da premier. Una scelta non casuale: lo fece anche Matteo Renzi e indica la continuità dell’interesse italiano per lo scenario libico. E non potrebbe essere altrimenti. Il “bel suol d’amore” di Tripoli è al centro dei piani italiani nel Mediterraneo da sempre e rappresenta esattamente l’altra sponda della rotta che taglia il Mediterraneo passando per il Canale di Sicilia, ma anche un crocevia di vie del gas, in parte del petrolio, e delle rotte migratorie. Un’area di fondamentale importanza, al centro di un Mediterraneo che ci dovrebbe vedere protagonisti, ma con un’Italia spesso ben poco propensa a riconoscere il proprio ruolo.

Una “defaillance” – se così possiamo chiamarla – che non solo mette in pericolo la nostra sicurezza e i nostri interessi nazionali, ma che rende anche difficile agli altri Stati del Mediterraneo riconoscere un ruolo di primo piano a Roma. Errore che paghiamo a nostre spese e che in Libia ha la prima cartina di tornasole. Vero che Draghi sbarca a Tripoli come primo viaggio e conferma la linea diretta tra Italia e Libia, ma è anche vero che il premier arriva non solo dopo un vertice a tre dei ministri degli Esteri europei (c’era anche Luigi Di Maio, fresco di una visita a Tripoli con Descalzi), ma anche in contemporanea ai primi ministri greco e maltese. Insomma, non è la giornata dell’Italia in Libia, ma dei Paesi europei coinvolti in Libia e in cui l’Italia appare – dopo 10 anni di guerra – un attore necessario quanto un “primus inter pares”.

La questione libica si rispecchia in tutto il panorama mediterraneo. E aiuta a comprendere la perdita di posizione che l’Italia ha subito nel (fu) Mare Nostrum. La guerra in Libia, voluta fortemente da Francia e Regno Unito, ha rappresentato la fine di una politica estera nordafricana che aveva a Tripoli il nostro primo referente. Ma non dobbiamo dimenticare anche il peso perduto da Roma in altri contesti dell’area mediterranea. Nei Balcani occidentali, terra così vicina eppure così dimenticata dai nostri decisori. Nel Mediterraneo orientale, dove la Turchia e la Grecia si scontrano per il controllo di rotte, gas e posizioni di forza all’interno della Nato e in cui Roma appare titubante. Per non parlare di un altro fronte levantino, quello egiziano, in cui i rapporti tra Roma e il Cairo sono affondati per la tragedia di Giulio Regeni. E la stessa “dimenticanza” vale anche per l’Algeria, dove la forza navale di Algeri è sempre più lampante così come la sua forza contrattuale per imporre una zona economica esclusiva che rischiava di arrivare praticamente sulle coste della Sardegna.

In questo mosaico di aree di crisi che interessa direttamente l’Italia – ma in cui l’Italia appare troppo spesso poco coinvolta se non assente – si inserisce il gioco delle grandi potenze. Il Mediterraneo è un mare che ogni giorno diventa più centrale nella lotta tra le sfere di influenza. E l’Italia, che ne è al centro, non può farsi da parte né può autoescludersi da questo “grande gioco”. Cina, Russia e Stati Uniti si confrontano ormai costantemente per allargare le rispettive zone di azione nell’area mediterranea. Gli Stati Uniti sono apparsi molto spesso disinteressati da questa sfida nell’area, ma l’ingresso in forza di Mosca e l’interessamento di Pechino hanno fatto ricalibrare il tiro anche a Washington. Joe Biden ha chiesto ai partner europei un maggiore impegno nell’area proprio per evitare di spostare lo sforzo americano dall’Indo-Pacifico. Quella è l’area in cui si concentra lo sforzo bellico e tecnologico Usa. Mentre in Europa e Nord Africa, almeno per quanto riguarda il Mar Mediterraneo, vorrebbe un coinvolgimento diretto proprio delle forze europee. Partner che però si sono dimostrati molto riluttanti, divisi e soprattutto incapaci di gestire i dossier senza scontrarsi tra di loro.

L’Italia in questo momento deve prendere decisioni chiare, e non è affatto semplice in un contesto così mutevole come quello mediterraneo. In ballo però ci sono tutti gli interessi vitali del Paese. E questo basterebbe per far capire perché non è possibile aspettare ulteriormente. Circondati per tre lati dal Mediterraneo, quello italiano è un popolo che si ricorda troppo poco dell’importanza vitale del mare per la propria sopravvivenza. Qui passano i flussi commerciali più importanti, le rotte energetiche, i cavi sottomarini che ci trasportano i dati della rete internet ed è lo stesso mare dove il nostro spazio sovrano è più in pericolo a causa delle crisi internazionali e della logica di potenza degli altri Stati europei, nordafricani e mediorientali. L’alternativa al disimpegno dal Mediterraneo è la scomparsa: non c’è un’altra via d’uscita.

Chiaramente per impegnarsi e prendere decisioni è opportuno sapere anche da che parte stare. E su questo fronte i problemi non sono da poco. Nell’era della polarizzazione tra Cina, Russia e Stati Uniti, l’Italia – come la stessa Unione europea – non è apparsa in grado di offrire una strategia precisa. E adesso siamo arrivati al paradosso di dover dimostrare alle altre potenze qual è la nostra posizione, come se non bastasse più l’appartenenza a un blocco. Una condizione di incertezza che ha aiutato i nostri avversari e rafforzato le titubanze delle superpotenze. Gli Stati Uniti con Draghi sanno di avere un alleato nel panorama euro-mediterraneo. Ma Cina e Russia osservano per capire la reale direzione intrapresa dall’Italia. Quello che è certo è che l’Italia deve muoversi. Il Mediterraneo allargato è troppo importante per rimanere immobili mentre nella nostra area di interesse il caos produce crisi e nuove opportunità per gli altri Stati.