Dal 2014, migliaia di foreign fighter che hanno raggiunto lo Stato islamico in Siria e Iraq hanno deciso di tornare nei loro Paesi di origine. Secondo Gilles de Kerchove, il coordinatore antiterrorismo dell’Ue, in totale il fuggi fuggi dall’Isis si attesta sui 5mila combattenti. Foreign Affairs ha cercato di capire il motivo che li ha portati a ripartire, parlando con alcuni ex combattenti russi.

La decisione di lasciare l’Isis

I motivi che hanno spinto i foreign fighter a lasciare lo Stato islamico sono cambiati nel corso degli anni. Alcuni sono scappati senza motivi particolari, dopo essersi intascati un po’ di soldi del gruppo, oppure dopo aver avuto delle divergenze con lo stesso.

Diverso è il caso di quei combattenti che hanno accusato lo Stato islamico di takfirismo, ovvero di miscredenza. Si trattava di soggetti molto credenti che non si sono trovati d’accordo con la linea religiosa dell’Isis.

Ma in generale, comunque, partire non è un’opzione. Anzi, l’Isis uccide i combattenti che provano a scappare, oppure imprigiona chi viene anche solo sospettato di volerlo fare. C’è addirittura una rete tra le regioni del Caucaso di persone che sono riuscite a fuggire, e che ora si è attivata per aiutare a recuperare tutti i membri delle famiglie degli ex combattenti. Ma a quanto pare le possibilità di riuscirci stanno diminuendo giorno dopo giorno.

Il costo della fuga

Lasciare lo Stato islamico può costare la vita, o comunque anche un mucchio di soldi. La via più facile e meno dispendiosa è quella che parte da Deir ez-Zor. Dalla città si prosegue poi verso la parte orientale di Hasaka, e si attraversa in seguito il nord di Aleppo fino a Idlib.

Il costo si aggira sui 7mila dollari per i foreign fighter arabi, mentre 10mila per quelli europei. I soldi vengono solitamente inviati dai parenti nei Paesi d’origine, che naturalmente rischiano di essere arrestati per questo.

Le mete dei “pentiti”

Per la sua prossimità geografica, la meta “preferita” degli ex membri dell’Isis è la Turchia. Fino all’anno scorso era piuttosto semplice infatti rifugiarsi nel Paese, bastava un passaporto falso e un po’ di fortuna. Inoltre, in caso d’arresto, le legge turca non prevede la reclusione oltre ai sei mesi senza un capo d’accusa.

Ora però la situazione è cambiata: la polizia controlla autobus e case, e anche i cittadini stessi sono pronti a dare l’allarme se sospettano la presenza di ex jihadisti. Molti di loro, adesso, vogliono lasciare il Paese, e probabilmente alcuni cercheranno di tornare in Europa.

Molti ex foreign fighter sono infatti riusciti ad aggirare i controlli europei, nascondendo il loro coinvolgimento nelle file dell’Isis e ottenendo lo status di rifugiati, che naturalmente non hanno.

L’Egitto, per esempio, era una destinazione molto popolare tra ex jihadisti fino al 2015, ma durante gli ultimi anni i controlli si sono fatti sempre più severi riguardo all’immigrazione clandestina.

Le minacce di morte

Gli ex membri non si fermano a lungo nello stesso posto. Tendono a ripartire senza lasciare tracce. Soprattutto perché rischiano di imbattersi nelle reti della sicurezza dell’Isis che operano a livello internazionale. Un ex combattente ha raccontato a Foreign Affairs che, “se viene dato l’ordine di ucciderci, i sostenitori dell’Isis non esiteranno per un secondo”. Per questo si cerca di evitare le moschee o altri luoghi in cui è possibile incontrare dei sostenitori delle bandiere nere. Un altro ex jihadista ha raccontato alla testata americana che la scorsa settimana, in un canale Telegram di “pentiti”, si parlava del fatto che Abu Jihad, un ceceno che aveva una posizione piuttosto importante nelle file dello Stato islamico, avesse lasciato il gruppo: “Molti ex membri dell’Isis proveranno a ucciderlo, ovunque sia nel mondo. E la sua morte mi renderebbe proprio felice”.

L’allarme 

Gli ex foreign fighter russi rappresentano il gruppo più numeroso di chi ha combattuto nelle file dell’Isis da esterno. E sono anche quelli che riescono a ottenere più facilmente delle nuove identità dai Paesi ex sovietici, spesso non interessati a tenerli sotto controllo, se non quando si ritrovano a passare i loro confini.

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Finché i Paesi dell’area europea non condivideranno i modo dettagliato e organizzato le loro informazioni sugli ex jihadisti, dunque, sarà davvero difficile individuarli, e soprattutto monitorarli.

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