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La visita del presidente francese Emmanuel Macron in Egitto, ammantata di retorica umanitaria e presentata come sforzo diplomatico per risolvere la crisi di Gaza, nasconde, come spesso accade, un intricato reticolo di calcoli geopolitici ed interessi economici che poco hanno a che fare con le reali necessità della popolazione palestinese. Il fulcro formale del viaggio, il sostegno al “piano egiziano” per la ricostruzione di Gaza, enfaticamente definito “cruciale” da Macron durante i colloqui con il presidente Abdel Fattah al-Sisi, non è altro che la facciata presentabile di una ben più articolata manovra francese tesa a riconquistare posizioni in un Mediterraneo orientale dove l’influenza di Parigi si va progressivamente erodendo.

Dietro le dichiarazioni ufficiali si nascondeva un duplice gioco tra la Francia, ansiosa di ritrovare un ruolo da protagonista in un’area dove la competizione con potenze come Turchia, Russia e Cina si fa sempre più serrata, e l’Egitto, abile nel trasformare la propria posizione geografica in una leva negoziale, presentandosi come interlocutore imprescindibile per chiunque voglia avere voce in capitolo sul futuro di Gaza.  Una partita a scacchi in cui le pedine sono rappresentate da aiuti umanitari, contratti miliardari e promesse di stabilizzazione, mentre i veri interessi in gioco riguardano l’accesso a rotte commerciali strategiche, il controllo delle risorse energetiche e la ridefinizione delle sfere di influenza regionali.

L’adozione del linguaggio della cooperazione internazionale e della ricostruzione non deve trarre in inganno. Ciò che Macron e al-Sisi hanno probabilmente discusso nei loro incontri riservati va ben oltre la retorica dei comunicati stampa. La Francia, consapevole di aver perso terreno in Africa subsahariana, cerca ora di compensare attraverso un rinnovato attivismo nel Mediterraneo meridionale, mentre l’Egitto, tra crisi economica e la necessità di mantenere il proprio status regionale, vede nella tragedia di Gaza un’opportunità per ottenere finanziamenti internazionali e legittimazione politica.

Gli equilibrismi sugli aiuti

Nel cinico computo degli interessi in gioco, le autentiche necessità dei civili gazawi, che necessitano di aiuti immediati e di una soluzione politica duratura, rischiano di essere ancora una volta compresse dalla logica degli interessi nazionali. La retorica della “stabilizzazione” e della “ricostruzione” serve infatti a mascherare una realtà ben più cruda, ovvero, che per Parigi come per Il Cairo, Gaza rappresenta prima di tutto un’occasione per avanzare pretese geopolitiche e garantire profitti alle proprie industrie, in particolare quella bellica, nel caso francese.

I colloqui tra Macron e Al-Sisi, nelle dichiarazioni ufficiali, hanno abbracciato l’intero spettro della crisi gazawna, dall’urgente necessità di potenziare gli aiuti umanitari, con Parigi che si è impegnata a incrementare i propri contributi in medicinali e beni alimentari, fino all’annosa questione del futuro assetto politico di Gaza. Il presidente francese ha riaffermato con vigore la linea ufficiale di Parigi e Bruxelles, che prevede l’esclusione totale di Hamas da qualsiasi ruolo nelle future istituzioni palestinesi, etichettando senza ambiguità il movimento come “organizzazione terroristica” e chiamandolo direttamente in causa per le atrocità commesse il 7 ottobre. La ferma esclusione di Hamas, seppure coerente con le posizioni di Washington e Bruxelles, apre un dilemma di difficile soluzione: come costruire una governance stabile per Gaza eliminando dal quadro uno degli attori fondamentali del conflitto? L’Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas, indicata come alternativa, si presenta al confronto con gravi deficit di credibilità, accusata di corruzione e inefficienza da ampi settori della popolazione palestinese, appare incapace di rappresentare un’opzione convincente per la ricostruzione postbellica.

Non meno importante è stato l’incontro di Macron con il re Abdullah II di Giordania, avvenuto in margine alla visita al Cairo. Con il monarca giordano, Macron ha discusso la possibilità di coordinare gli sforzi regionali per la ricostruzione di Gaza, riconoscendo il ruolo cruciale che Amman potrebbe giocare come mediatore tra le varie fazioni palestinesi. La Giordania, che ospita una vasta popolazione di rifugiati palestinesi e mantiene relazioni complesse sia con Israele che con l’Egitto, rappresenta infatti un attore chiave di qualsiasi equilibrio regionale successivo al conflitto. Oltre le manifestazioni diplomatiche, i colloqui tra Macron e re Abdullah II sottendono inevitabilmente inquietudini non esplicitate. La monarchia hascemita, da sempre fondata su un precario equilibrio demografico e politico, osserva con crescente apprensione il potenziale effetto domino derivante da una Gaza destabilizzata, paventando ripercussioni sulla propria già fragile stabilità interna. Contestualmente, Parigi manifesta una lucida e pragmatica comprensione di tali vulnerabilità.

La successiva presenza di Macron al centro logistico della città portuale egiziana di El-Arish, dove il presidente francese ha potuto osservare da vicino le operazioni di carico dei camion apparentemente diretti a Gaza, ha offerto una plastica rappresentazione dell’ambiguità insita nella diplomazia umanitaria contemporanea. “Qui vediamo il volto migliore dell’Europa“, ha proclamato Macron davanti alle telecamere mentre esaminava i pacchi d’aiuto con il tricolore francese, una scena che sarebbe commovente se non fosse tragicamente falsa, dato che buona parte di quegli aiuti non supererà mai i posti di blocco israeliani. Le ONG operanti sul territorio, stanche di ripeterlo, continuano a denunciare come le restrizioni israeliane trasformino gli aiuti internazionali in un’illusione crudele, con solo una minima parte che raggiunge effettivamente la popolazione stremata di Gaza. Eppure Macron, da fine calcolatore politico, ha scelto di non sfidare apertamente Tel Aviv, preferendo il comodo anonimato di generici appelli a “facilitare l’accesso”, mentre rifiutava di affrontare il nodo politico che strangola Gaza, come il sistematico ostacolo israeliano alla distribuzione degli aiuti, che rende ogni gesto umanitario un’inutile coreografia propagandistica.

Il copione dei buoni propositi

Sotto il profilo economico e strategico, la visita ha generato una serie di accordi bilaterali che disvelano la reale finalità del viaggio, ovvero il rafforzamento della presenza francese in Egitto quale avamposto per gli interessi europei nella regione. Nuove intese sono state siglate nei comparti energetico, con un’enfasi specifica sul gas naturale, e della difesa, ambito in cui l’Egitto figura già tra i principali acquirenti dell’industria bellica francese. Non appare casuale che Macron abbia omesso qualsivoglia critica al discutibile bilancio dei diritti umani del regime di Al-Sisi, privilegiando invece l’elogio del ruolo “stabilizzatore” esercitato dall’Egitto nella regione.

Nonostante la sua inclusione nella comunicazione ufficiale, il tema del cessate il fuoco è stato trattato con una sorprendente mancanza di approfondimento. Il Presidente francese si è limitato a lanciare un appello per una “tregua immediata”, senza però avanzare alcuna proposta concreta per rompere l’attuale stallo negoziale.  La realtà è che la Francia, come gran parte della comunità internazionale, non ha una strategia chiara per affrontare le radici del conflitto, limitandosi a gestirne le conseguenze. Mentre Macron recitava il copione dei buoni propositi, Israele ha continuato imperterrito la sua campagna di annientamento contro la popolazione civile di Gaza, ponendo come unica condizione per qualsiasi tregua l’obiettivo dell’eliminazione totale di Hamas.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una “pace” invocata nelle conferenze stampa che nella realtà si traduce in migliaia di vittime civili, in una lenta ma inesorabile pulizia etnica che l’occidente continua a finanziare e armare.

Mentre Macron torna a Parigi vantando i successi della sua diplomazia, l’analisi più attenta della situazione a Gaza rivela la perdurante irrisoluzione delle dinamiche conflittuali.  L’assenza di meccanismi efficaci per garantire gli aiuti umanitari, la mancata proposta di un percorso credibile per il cessate il fuoco e l’approccio contraddittorio alla questione della governance palestinese dimostrano come, al di là della retorica, permanga una sostanziale inerzia nel voler affrontare seriamente le ragioni strutturali di una crisi che continua a mietere vittime innocenti.

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