Era da quasi un anno che un esponente del governo italiano non andava in visita ufficiale in Libia. Questo di per sé è già un dato molto indicativo su come il dossier inerente il paese nordafricano è stato seguito dal nostro paese negli ultimi mesi. Dopo un periodo contrassegnato dall’ambizione, da parte di Roma, di guidare una cabina di regia sulla Libia, per il tutto il 2019 le vicende politiche interne e la difficile situazione sul campo di battaglia libico hanno fatto perdere di vista la destabilizzazione della Libia. Adesso l’Italia prova a recuperare e dopo l’incontro di Bruxelles tra Conte, Merkel e Macron, in questo martedì è prevista la visita del ministro degli esteri Luigi Di Maio nel paese africano. Alcuni episodi hanno contribuito a far suonare la sveglia per Giuseppe Conte ed il governo. L’esclusione dal mini summit di Londra in primis, ma soprattutto il memorandum tra Tripoli ed Ankara che prevede, tra le altre cose, la ridefinizione dei confini marittimi. L’esecutivo dunque, pur se in ritardo, sta provando a ritornare protagonista sulla Libia anche se la missione è alquanto impegnativa.
Una missione non facile
Luigi Di Maio è partito alla volta di Tripoli con la consapevolezza di avere di fronte non poche insidie. Il ministro degli Esteri visiterà una città in guerra, a pochi chilometri dal centro infuriano anche in queste ore i combattimenti e le forze del generale Khalifa Haftar provano a stringere la morsa sulle milizie che difendono il premier Fayez Al Sarraj. È una Tripoli molto diversa da quella vista, per poche ore, un anno fa dal presidente del consiglio Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha visitato la Libia il 22 dicembre 2018, incontrando tutti i principali attori libici protagonisti. La capitale libica non aveva certo pace al suo interno, tuttavia l’offensiva di Haftar non era iniziata e da poche settimane si era chiuso il vertice di Palermo organizzato dall’Italia con il quale si sperava di avviare un concreto percorso di pace. Oggi Di Maio vedrà una Tripoli in emergenza, dilaniata a livello economico e sociale da un conflitto sempre più vicino e con un governo locale sempre più in difficoltà.
Per di più, il titolare della nostra diplomazia vedrà un Al Sarraj che, appena poche ore prima, si è incontrato con il presidente turco Erdogan sancendo di fatto un’alleanza che rischia di minare gli interessi italiani in Tripolitania. Ed il colloquio, il primo della giornata per Di Maio, non sarà affatto semplice. Così come non costituirà una mera passeggiata la seconda tappa del ministro degli esteri: a Bengasi infatti, Di Maio vedrà il generale Khalifa Haftar. Quest’ultimo pochi giorni fa ha tirato in ballo l’Italia tramite il suo portavoce Khaled Al Mismari, il quale ha dichiarato a 218Tv come Roma soltanto adesso si sia accorta dell’errore di aver appoggiato Al Sarraj. Difficile al momento pronosticare come potrà andare l’incontro tra i due e cosa Haftar potrebbe chieder al nostro rappresentante diplomatico. Il generale poi, circostanza questa da non dimenticare, è a capo di un esercito che ha abbattuto pochi giorni fa un drone italiano. Da Bengasi poi, Di Maio si sposterà a Tobruck: qui vedrà Aghila Saleh, il numero uno della HoR (House of Representatives), il parlamento eletto nel 2014 che oggi costituisce il braccio politico di Haftar.
Un test per tutti
L’impressione è che le tre tappe odierne di Luigi Di Maio costituiscano un vero e proprio banco di prova. Un test in primis per lo stesso ministro degli esteri, il quale oggi deve dimenticare quanto più possibile di essere capo politico di un partito di maggioranza e calarsi nei panni del massimo rappresentante della diplomazia del nostro paese. Un problema importante per Giuseppe Conte, sia nel primo che nel suo secondo governo, è stato dato dal fatto di essersi dovuto occupare lui in prima persona del dossier libico con poco supporto da parte dei titolai della Farnesina. Questo perché l’ex ministro Enzo Moavero Milanesi era più un tecnico che un politico, mentre Di Maio per l’appunto è spesso risultato fin troppo impegnato in politica. Oggi, in poche parole, il ministro è chiamato a fare unicamente il ministro.
Ma il test sarà anche per verificare la tenuta della nostra politica in Libia. Dopo che gli attori regionali, dalla Turchia all’Arabia Saudita, dal Qatar agli Emirati, hanno preso il sopravvento nella gestione del conflitto, saprà l’Italia riprendere in mano la situazione? E, con essa, l’Europa potrà tornare protagonista nel dossier in vista della conferenza di Berlino? La bontà dei tentativi di Roma di recuperare il terreno perduto è tutta da verificare, il tour di Di Maio è in tal senso il primo vero test.