Era il “grande gesto” che Muhammar Gheddafi ha chiesto per anni per normalizzare i rapporti tra la Libia e l’Italia. Una lingua di asfalto lunga quasi duemila chilometri, che segue l’intero litorale dal confine tunisino fino a quello egiziano, per il rais non rappresentava soltanto una vitale opportunità infrastrutturale, ma anche il simbolo delle nuove relazioni tra Tripoli e Roma. Quell’autostrada, che grossomodo dovrebbe essere un ammodernamento dell’attuale via Balbia, alla fine Gheddafi era riuscito a portarla a casa. L’Italia, come indennizzo per i danni del colonialismo e come segno della sua volontà di voltare pagina, si era impegnata con il colonnello a costruire questa lunga arteria. Tutto è nato nell’ambito del processo che ha portato alla stesura del trattato di amicizia tra Italia e Libia, firmato a Bengasi nel 2008 da Gheddafi e Silvio Berlusconi. Anche se il rais aveva chiesto già a tutti i capi di governo succedutisi tra gli anni ’90 e 2000 di compiere questo “grande gesto”, con progetti che risalivano a diverso tempo prima. Oggi questa autostrada è tornata di nuovo di attualità: la fine dell’era gheddafiana, la guerra, lo stallo, il conflitto, hanno per ovvi motivi fatto tramontare il progetto italiano, ma adesso Roma è tornata a giocarsi la carta infrastrutturale per provare a rientrare a capofitto nel dossier libico.

L’Italia e le infrastrutture in Libia

L’autostrada, che per il governo di Fayez Al Sarraj non rappresenterebbe un simbolico “grande gesto” ma la concreta possibilità di iniziare a ricostruire il Paese, è stata messa nelle scorse ore sul piatto dell’incontro tenuto a Tripoli tra rappresentanti libici e italiani. La nostra delegazione era guidata dal rientrante a lavoro Luigi Di Maio: il titolare della Farnesina, che ha portato con sé il sottosegretario Manlio Di Stefano, ha discusso anche della possibilità di riprendere i lavori dell’infrastruttura. Una necessità per la Libia, ma anche per l’Italia visto che molte aziende vantano milioni di crediti da Tripoli per via dello stop ai progetti a causa della guerra e per via di mancati pagamenti durante l’era gheddafiana. Sono diversi gli storici marchi dell’edilizia italiana che potrebbero avere, in rapporto alle vecchie commissioni in Libia, una vera e propria boccata d’ossigeno grazie al definitivo via libera al progetto dell’autostrada. La questione è però anche politica: l’Italia in questa fase della storia libica vorrebbe giocare le sue migliori carte.

Lì dove il nostro Paese può fare la differenza è proprio nelle infrastrutture, grazie ad un radicamento territoriale frutto non solo del periodo coloniale ma degli intensi rapporti sviluppati con l’altra sponda del Mediterraneo nel corso dei decenni. L’autostrada è il progetto più in vista, anche per il significato politico assunto negli anni di Gheddafi, ma sono tante altre le opere che sono state prese in esame. A partire dalla ricostruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli nella zona di Qasr Ben Ghashir, principale scalo della capitale libica distrutto dai combattimenti nel 2014. L’Italia sarebbe pronta a mette in campo le sue aziende e la sua esperienza per tornare a far decollare aerei da quella infrastruttura. In esame anche altre piccole e grandi opere, sempre nella regione della Tripolitania. Tra Di Maio e Al Sarraj si è discusso nuovamente inoltre dello sminamento dell’area a sud di Tripoli, operazione questa che darebbe ampio credito all’Italia tra la popolazione visto che garantirebbe il rientro a casa di centinaia di famiglie.

Il ruolo di Roma in questo frangente

Appare evidente quindi l’attuale strategia messa in campo dalla diplomazia italiana: spingere sulle opere infrastrutturali per riguadagnare margini di manovra, soprattutto sotto il profilo economico. Ciò che appare di vitale importanza infatti al momento è la difesa delle posizioni italiane in Libia, a partire dalla questione riguardante il gas e il petrolio. Il Paese nordafricano si è confermato stabilmente, nonostante la guerra, come uno dei maggiori nostri fornitori di risorse energetiche, Roma in tal senso non può permettersi di perdere terreno visto che la Turchia, principale alleato di Al Sarraj, scalpita per guadagnare quante più posizioni possibili.

Il ruolo dell’Italia in questo frangente potrebbe andare bene a tutti. In primis alla Libia, che si appoggerebbe al cosiddetto know how italiano per tornare a rimettere a posto le proprie vitali infrastrutture. La stessa Ankara potrebbe tutto sommato vedere di buon occhio l’attivismo italiano sotto il profilo economico: in Turchia sono ben consapevoli di non poter raggiungere nel giro di pochi anni lo stesso radicamento territoriale che l’Italia si è costruita negli ultimi decenni, per cui l’idea di delegare a Roma gli aspetti infrastrutturali non dispiace. Questo però, e qui si arriva ad una possibile nota dolente, potrebbe avere un contro: quello cioè di vedere l’Italia rinunciare al suo ruolo politico. In poche parole, il nostro Paese potrebbe costruire autostrade e aeroporti ma, al tempo stesso, avere posizioni marginali sui futuri assetti politici della Libia.

La visita di Di Maio

Annunciata in sordina nella serata di lunedì, la visita del ministro degli Esteri è avvenuta quindi in un contesto dove l’Italia sta provando a rientrare in corsa almeno sotto il profilo economico. Il momento del resto è quello giusto: con gli Usa tornati protagonisti a livello diplomatico, dopo che Washington ha spinto il premier Al Sarraj e il presidente del parlamento Aguila Saleh ad annunciare i termini per un cessate il fuoco, e con l’apertura di alcuni timidi spiragli nel dialogo politico tra le parti, il dossier libico sta vivendo una fase che potrebbe dare vita ad importanti cambiamenti. Non è un caso che Di Maio si è recato sia a Tripoli che ad Al Qubba, cittadina vicino Tobruck quartier generale di Aguila Saleh. Il titolare della Farnesina ha voluto vedere entrambi i principali attori libici, a differenza di quanto fatto a giugno quando invece l’aereo partito da Roma è atterrato soltanto in Tripolitania. Nelle stesse ore della visita del ministro italiano, ad essere presente a Tripoli e a Tobruck era anche l’alto commissario per la politica estera Ue, Josep Borrell. Segnali quindi di come, nello spiraglio dato dal possibile cessate il fuoco, Italia ed Europa stanno provando a rientrare in scena. L’obiettivo però, nonostante gli ultimi sforzi, non sembra essere ancora alla portata.