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Emmanuel Macron è un visionario. In conformità e coerentemente con il proprio credo, frutto della mescolanza di universalismo napoleonico, illuminismo e gollismo, il presidente sogna di trasformare la Francia nel Paese-guida dell’Unione europea. Ed è riuscito, almeno in parte, in questo intento, come dimostrato dall’alleanza di ferro siglata con la Germania.

È stata la Francia di Macron a rispolverare il sogno di un’Europa estesa da Lisbona a Vladivostok (e con capitale Parigi), a sollevare la questione dell’emancipazione dell’Ue dagli Stati Uniti e a riaprire il dibattito sulla revisione dell’architettura di sicurezza comunitaria, lanciando all’Alleanza Atlantica accuse di anacronismo e morte cerebrale ed evidenziando la necessità di costruire un esercito comune europeo.

L’inquilino dell’Eliseo può essere criticato per il fatto di essere riuscito a portare a compimento soltanto una minima parte della sua agenda ambiziosa, ma non può essere accusato di doppiogiochismi: ha illustrato al mondo quale fosse la sua visione sin dagli albori della sua presidenza. Quella visione, espressa in gesti, progetti e interviste, è stata esposta in maniera approfondita e minuziosa nella giornata del 16 novembre parlando ai microfoni di una prestigiosa rivista di geopolitica francese.

Il futuro del mondo secondo Macron

In una lunga intervista concessa alla rivista di geopolitica francese Le grand continent, legata alla Scuola normale superiore di Parigi, Macron ha parlato in maniera approfondita e minuziosa della visione del mondo che ne sta muovendo i passi nello scacchiere internazionale, del suo patriottismo europeo e del rapporto complicato che lega e divide il Vecchio Continente e gli Stati Uniti.

L’intervista si apre con un riepilogo dei principali eventi che hanno caratterizzato l’annus horribilis 2020: la pandemia di Covid19, il terrorismo islamista che ha insanguinato Francia e Austria, le divisioni intra-europee, l’instabilità politica nel mondo e l’indebolimento dell’architettura multilaterale ruotante attorno al sistema Onu. Partendo dall’ultimo punto, Macron spiega che l’Ue deve prendere atto della necessità di riformare il proprio approccio al multilateralismo perché “non posso far altro che constatare che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, oggi, non produce più soluzioni utili; siamo tutti corresponsabili quando alcuni diventano ostaggio delle crisi del multilateralismo, come l’OMS”.

In un mondo dove gli equilibri di potere stanno venendo rapidamente riscritti, nuove potenze stanno emergendo e Stati Uniti e Cina stanno scontrandosi per l’egemonia globale, Macron crede che l’Ue abbia una missione storica: reinventare il proprio modus operandi, diventando “forte e politica”, in maniera tale da “far valere la sua voce, la sua forza, mantenendo i suoi principi, in uno scenario così rifondato”.

Guerre di valori e di civiltà

Uno dei passaggi più importanti riguarda la crisi dell’Occidente, ovvero della capacità di esportare nel mondo quei valori ritenuti di carattere universale, come la dignità umana e la libertà individuale. Quella crisi, negli anni recenti, si è acuita in maniera esponenziale, anche perché stanno aumentando le potenze non-europee impegnate a sfidare la presunta universalità dei valori occidentali. In parte, secondo Macron, si tratta del risultato di un “gioco portato avanti dalla Cina e dalla Russia, che promuovono un relativismo dei valori e dei principi, un gioco che cerca di ri-culturizzare, di rimettere questi valori in un dialogo di civiltà, o in un conflitto di civiltà, per esempio contrapponendoli alla dimensione religiosa”.

Un ruolo altrettanto importante starebbe venendo giocando dall’ascesa di un nuovo conservatorismo, sorto in reazione alla corrente controculturale del 1968 e che sarebbe particolarmente forte in Europa. Macron invita a non trascurare la portata di questo moto travolgente in quanto trattasi di “uno strumento di riframmentazione” che, nel lungo periodo, potrebbe condurre ad un’ulteriore polarizzazione sociale e culturale.

Ultimo, ma non meno importante, l’Occidente non avrebbe compreso realmente il senso della fine della Guerra fredda e non avrebbe saputo formare adeguatamente le generazioni nate dopo il 1989, le quali non sono vaccinate contro il totalitarismo e non dispongono degli strumenti per analizzare gli eventi che stanno scuotendo le relazioni internazionali. Macron ricorre all’esempio delle primavere arabe: inizialmente interpretate come un moto di rivolta nel nome della libertà, “in realtà [hanno significato] il ritorno dello spirito di certi popoli e della religione all’interno della politica”.

L’Occidente, in breve, ha creduto alla tesi di Francis Fukuyama sulla fine della storia e, così facendo, è rimasto indietro ed è caduto nella trappola dell'”inganno della storia”. Lungi dal prevalere in tutto il mondo il modello sociale e politico occidentale, basato sul liberalismo e sulla democrazia, si è assistito all’ascesa di “potenze regionali autoritarie e teocrazie” e a fenomeni incompresi come, appunto, le primavere arabe.

La lucida analisi di Macron si conclude con il lancio di una proposta: la nascita del “consenso di Parigi“, un modus vivendi e operandi mirante a restituire centralità all’uomo e al sociale all’interno dei progetti politici. Il focus eccessivo posto negli ultimi decenni ad una “logica piuttosto monolitica basata sulla creazione di profitti” ha annebbiato l’orizzonte di medio e lungo termine degli statisti europei e americani, impedendogli di prevedere e vedere le fratture sociali all’interno dei Paesi occidentali e di comprendere i cambiamenti epocali avvenuti nel resto del mondo.

Costruire un consenso di Parigi equivale a sostituire il consenso di Washington e, quindi, a ripensare e ricostruire l’intero capitalismo contemporaneo che, secondo Macron, è giunto “ad un punto di rottura, un punto di rottura molto profondo, perché […] si è finanziarizzato, si è eccessivamente concentrato e non ci consente più di gestire le disuguaglianze nelle nostre società e a livello internazionale”.

Gli eccessi perversi di un modello insostenibile

Nella lunga intervista di Macron vi è spazio per l’analisi di ogni argomento di stretta attualità: dalla crisi del modello occidentale al fallimento del multilateralismo, passando per il ruolo pernicioso giocato dal sistema dell’informazione e dalla realtà virtuale. L’accusa articolata del presidente francese riguarda gli effetti destabilizzanti che piattaforme come Facebook e Internet starebbero provocando a livello di persona e di democrazia.

La rete “nata inizialmente per scambiare conoscenze e farle circolare all’interno di una comunità accademica, è diventata uno straordinario strumento di diffusione dell’informazione, è diventata anche due cose pericolose: uno strumento di viralizzazione delle emozioni […] e un elemento di de-gerarchizzazione di ogni discorso”.

Quella che Macron definisce la viralizzazione delle emozioni “fa sì che ognuno si veda nel mondo e nell’emozione dell’altro senza contestualizzazione, nel bene e nel male”, mentre la de-gerarchizzazione del discorso implica la “contestazione di qualsiasi forma di autorità, in senso generico, che permette di strutturare la vita in una democrazia e in una società, sia essa politica, accademica o scientifica – per il semplice fatto che su internet qualcuno ha affermato qualcosa, e ha lo stesso valore ovunque lo si dica”. Si tratta di due fenomeni di cui “non abbiamo ancora capito a sufficienza la realtà” e che, soprattutto l’ultimo, “antropologicamente [parlando], sconvolgono le democrazie e le nostre vite”.

L’unione fa la forza

Il mondo sta cambiando, anche per via di dinamiche climatiche e demografiche che fanno da sfondo agli accadimenti politici e sociali, perciò l’Ue ha un solo modo per sopravvivere: adattamento; che, per Macron, equivale a “pensare in termini di sovranità europea e di autonomia strategica, in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo”.

Lentamente, e silenziosamente, l’Ue starebbe comprendendo la profondità dei cambiamenti epocali che stanno avendo luogo nel pianeta e, poco alla volta, starebbe iniziando a valutare con maggiore serietà le proposte formulate dall’Eliseo: “Tre anni fa, quando parlavo di sovranità europea o di autonomia strategica, sono stato preso per un pazzo, e queste idee erano ritenute capricci francesi. Siamo riusciti a far muovere le cose”.

Non potrà esserci adattamento, però, fino a che non avverrà un mutamento a livello di pensiero, ovvero l’adozione di una visione del mondo comune e di un modo di pensare comune – il consenso di Parigi, secondo Macron, è anche e soprattutto questo: “una lettura comune del mondo e delle nostre intenzioni”. L’Ue, infatti, soffrirebbe “di un’enorme incapacità nel pensare le questioni che contano”, ragion per cui avrebbe bisogno di superare tale handicap strategico.

Il futuro dell’Europa

Uno dei punti più significativi dell’intervista-manifesto di Macron riguarda il futuro dell’Europa, che, secondo lui, non si trova (soltanto) al di là dell’Atlantico, ma al di là del Mediterraneo, ossia in Africa. Il rapporto con gli Stati Uniti continua e continuerà ad essere fondamentale, in virtù della forte comunanza di valori e della simbiosi creatasi durante e dopo le due guerre mondiali, ma l’Europa dovrà gradualmente smarcarsi dall’alleato oltreoceano, pena l’impossibilità di raggiungere una piena autonomia geopolitica e strategica.

Dipendere in maniera eccessiva da Washington, infatti, significa ricevere punizioni e sanzioni qualora si facciano affari “in Paesi vietati dal diritto statunitense”, come l’Iran, e non avere possibilità di replica. Questo, continua Macron, “in termini pratici significa che le nostre imprese possono essere condannate da potenze straniere quando operano in un Paese terzo: è una privazione della sovranità, della possibilità di decidere da soli, è un immenso indebolimento”. Superare tale condizione di soggiogamento non sarà possibile fino a quando, prosegue il presidente francese, non si raggiungerà una “piena sovranità europea”, ossia un “potere politico europeo pienamente consolidato”.

Inoltre, e questo passaggio squisitamente geofilosofico ha grande rilevanza, Macron sostiene che “[noi europei] siamo proiettati in un altro immaginario, legato all’Africa, al Vicino e Medio Oriente, e abbiamo un’altra geografia, che può disallineare i nostri interessi. La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Vicino e Medio Oriente, con la Russia, non è una politica di vicinato per gli Stati Uniti d’America”.

Il Vecchio Continente, in breve, è culturalmente parte dell’Occidente ma è geograficamente parte dell’Asia e, per esteso, dell’Eurafrasia; questo è il motivo principale per cui “è insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro [Stati Uniti] o che segua le loro orme”. Quel che per l’Europa è una naturale e fisiologica politica di buon vicinato, per la Casa Bianca è vista altrimenti, negativamente.

L’Europa, infine, acquistata una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti e ritrovata la sua naturale dimensione eurafrasiatica, dovrà aspirare a qualcosa di più della semplice autonomia strategica, essa dovrà trovare il modo di superare la propria crisi identitaria, riaccendendo “la fiaccola dei suoi valori”, e sviluppare una propria “via della seta”.