La “via cinese alla globalizzazione”, simbolicamente avviata dall’ingresso del Paese di Mezzo nel WTO nel 2001, si è andata strutturando costantemente a partire dall’inizio del XXI secolo sulla scia della continua acquisizione di rilevanza economica della Repubblica Popolare e della contemporanea definizione di obiettivi ad ampio raggio da parte dei suoi governanti. L’ascesa al potere di Xi Jinping ai massimi livelli del sistema monopartitico cinese, infatti, ha sancito l’inizio della nuova strategia ad ampio raggio di Pechino, basata sul lancio dell’ideologia del Chinese Dream (che mira ad armonizzare lo sviluppo sostenibile della produzione con un rafforzamento del potere d’acquisto e di consumo dei cittadini) sul piano interno e su una pragmatica convergenza di obiettivi diplomatici, economici e geopolitici sulla scena internazionale.a strategia di Pechino, infatti, è decisamente diversa rispetta a quella che ha contraddistinto gli Stati Uniti nel corso del ventennio abbondante in cui Washington si è posta a capo del processo di globalizzazione monopolare, reputandolo un pilastro fondamentale per porre le basi del New American Century attraverso l’affiancamento del soft power culturale all’hard power politico-militare e all’egemonia economica.Il discorso del Presidente cinese Xi Jinping di fronte al World Economic Forum di Davos dello scorso18 gennaio ha segnato un’importante pietra miliare per gli equilibri economici e geopolitici planetari: per voce del suo stesso leader, infatti, per la prima volta la Repubblica Popolare Cinese ha espresso la propria consapevolezza di poter ambire a un ruolo di leadership nel processo di globalizzazione e interconnessione economica. Le parole di Xi sono state poste in diretta correlazione con le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nel suo discorso di insediamento ha sottolineato l’importanza degli imperativi “buy American, hire American!” ed è notoriamente avverso agli sviluppi prodottisi nel primo ventennio di dispiegamento della globalizzazione.OLYCOM_20170213045458_22159624La vittoria di Trump, in effetti, ha amplificato una critica ai processi di globalizzazione già emersa apertamente in campo occidentale in seguito all’esito del referendum sulla Brexit: a essere messa sotto accusa è quella che Lucio Caracciolo, nell’editoriale d’apertura del numero di Limes di novembre, ha definito la globalizzazione intesa come “ideologia, prima che teoria. Narrazione cesellata su una parola d’ordine dalla lasca sfera semantica”, che negli Anni Novanta era “sinonimo dell’egemonia americana su scala planetaria” e esaltava “l’interdipendenza economico-finanziaria e l’integrazione fra società e culture”. La fine dell’utopia della globalizzazione, rilevata da Giulio Tremonti nell’intervista al Corriere della Sera del 15 gennaio, non coincide chiaramente con l’esaurimento della globalizzazione stessa, ma la pone di fronte alla necessità di un riequilibrio sistemico. Ed è sul solco della fine di questa utopia che la Cina ha deciso di muoversi per mettere il mondo di fronte a una transizione già in atto da diversi anni.La Cina sta strutturando un piano d’azione che appare contraddistinto da caratteristiche altamente peculiari: in questo contesto “pragmatismo” rappresenta la parola d’ordine. È alla luce del pragmatismo, infatti, che bisogna leggere le importanti parole pronunciate da Xi Jinping al Forum di Davos: dinnanzi a quello che Luciano Gallino ha definito “il partito di Davos”, la “classe globale” animata da un’assoluta, cieca fedeltà nei meccanismi del neoliberismo anche alla luce dei grandi fallimenti sistemici palesatisi negli ultimi anni, Xi ha infatti propugnato “una versione del mercato programmata, non democratica, dove prevale il diritto pubblico” a scapito della rule of law, come evidenziato in un editoriale del sito di analisi finanziaria I Diavoli. Xi ha avvertito che “l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”, e nel quale il suo paese si sta attrezzando a navigare sviluppando la “via cinese alla globalizzazione” attraverso la pianificazione di imponenti investimenti infrastrutturali destinati a veicolare, nei prossimi anni, l’influenza economica e politica della Repubblica Popolare.OLYCOM_20170210032939_22126228Emblematico della visione di Pechino, infatti, è il progetto One Belt, One Road (OBOR), svelato nel 2013 da Xi Jinping e dal Primo Ministro Li Keqiang, attraverso il quale la Cina mira a costruire una versione contemporanea della storica “Via della Seta” attraverso il coinvolgimento di paesi geograficamente ed economicamente interconnessi per mezzo di un network infrastrutturale comprendente porti, autostrade, ferrovie, oleodotti e gasdotti. Dati riportati da Il Sole 24 Ore hanno evidenziato come nel solo 2015 gli investimenti cinesi nel progetto abbiano raggiunto un valore di 18,93 miliardi di dollari, e siano destinati a un’ulteriore crescita quando entrerà pienamente in funzione l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), l’istituto fondato dal governo di Pechino per veicolare in maniera efficace e finanziare adeguatamente i progetti connessi ad OBOR che ha iniziato le sue operazioni nel gennaio 2016.Attorno all’asse russo-cinese si sta sviluppando il tratto euroasiatico della “Nuova Via della Seta”, che sta progressivamente coinvolgendo i paesi dell’heartland centroasiatico, le repubbliche ex sovietiche di cui la Cina è divenuta oggigiorno il principale partner commerciale: la strategia di Pechino è oltremodo funzionale a garantire alla Repubblica Popolare un costante approvvigionamento di materie prime ed evitare che rischiose carenze o variazioni improvvise dei prezzi delle commodities influenzino le dinamiche economiche interne, e in quest’ottica si possono comprendere gli interessi crescenti sull’industria petrolifera kazaka (controllata al 30% da operatori economici cinesi) e su un crocevia strategico come il Turkmenistan (che fornisce materie prime alla Cina per un valore complessivo di 8,65 miliardi di dollari ogni anno).Sul versante dell’Asia Meridionale ed oceanico, due principali esigenze stanno muovendo gli interessi cinesi: da un lato, infatti, la “Via della Seta Marittima” sta venendo realizzata attraverso lo sviluppo di numerose basi portuali che, soprattutto nell’Oceano Indiano, saranno destinate a ospitare le navi portacontainer che trasporteranno le merci cinesi verso Occidente; dall’altro, la Cina è conscia del fatto che i suoi traffici commerciali e i suoi rifornimenti energetici siano decisamente dipendenti dalla presenza di numerosi “colli di bottiglia” strategici che si identificano negli stretti di Aden, Hormuz e Malacca, una cui chiusura potrebbe recidere un’arteria vitale per la sua economia, e si sta adoperando per alleggerire la minaccia. La strategia di diversificazione passa innanzitutto attraverso il Pakistan, storico alleato della Cina, con il quale Pechino ha recentemente concordato un gigantesco progetto congiunto dal valore complessivo di 54 miliardi di dollari destinato a sviluppare il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), attraverso il quale la città di Kashgar sarà messa in collegamento diretto con il porto di Gwadar.OLYCOM_20170208094444_22102791L’articolo de I Diavoli precedentemente citato sottolinea un’ulteriore, importante caratteristica dell’interpretazione cinese della globalizzazione e, soprattutto, delle modalità con cui a Pechino sarebbe interpretata un’eventuale, futura leadership della Repubblica Popolare: “non è da escludere, infatti” – si legge nell’articolo – “che l’eventuale globalizzazione a trazione cinese potrebbe assomigliare a un soft power in un contesto multipolare, nel quale viene garantita la libera circolazione di merci e capitali senza dazi, che a un nuovo corso dal piglio imperiale e dall’aggressività egemonica come nella versione americana”. La Cina, in altre parole, punta a ricavare tutti i principali benefici dell’egemonia economica senza dover sostenere i costi di mantenimento di tutta l’architettura sovrastrutturale, materiale ed immateriale, che comporterebbe una sua estensione al campo politico e militare: l’instaurazione della nuova base a Gibuti, in tal senso, va letta più come un’eccezione imposta dalla necessità di mostrare l’interesse di Pechino per un’area notevolmente strategica che l’inaugurazione di un nuovo modus operandi. Il governo di Xi Jinping sta dando importanti indicazioni in tal senso, mirando a tenere separato il canale economico da quello geopolitico nelle relazioni diplomatiche con le principali potenze con cui la Cina si confronta sul piano strategico nell’area indopacifica: India, Giappone e Stati Uniti d’America. Il caso dei rapporti sino-indiani è decisamente paradigmatico dell’approccio apparentemente contraddittorio ma sostanzialmente pragmatico del governo di Xi Jinping.Mentre Pechino e Nuova Delhi intraprendono un faccia a faccia strategico che le sta portando a sviluppare le rispettive flotte militari attraverso piani di costruzione di moderne navi portaerei destinate a operare a lunga distanza dalle basi nazionali, proseguono apertamente i contatti volti a rafforzare l’interscambio bilaterale, oggigiorno valutato attorno ai 72 miliardi di dollari annui, e a realizzare progetti di integrazione ad ampio respiro. Il più importante di questi è l’equivalente orientale del CPEC, il “corridoio BCIM” (Bangladesh-Cina-India-Myammar), destinato a snodarsi tra Kolkata e Kuming e ritenuto un potenziale fattore di stabilizzazione regionale dall’ex editorialista dell’Economist Prem Shankar Jha.In conclusione, non si può non sottolineare come le prospettive di sviluppo della “via cinese alla globalizzazione” sono notevolmente connesse alla relazione che si instaurerà nei prossimi mesi e anni tra Pechino e Washington: se Donald J. Trump ha infatti individuato nella Cina il principale avversario strategico ed economico degli Stati Uniti, è chiaro che, allo stato attuale delle cose, un inasprimento della rivalità sino-americana e l’inizio di una guerra valutaria e commerciale non converrebbe assolutamente a nessuno dei due contendenti, come ricordato da Roberto Vivaldelli. Nel corso del mese di gennaio, a focolai di tensione come la disputa geopolitica sul Mar Cinese Meridionale si sono alternati segnali distensivi come l’incontro di Trump col fondatore di Alibaba Jack Ma, oggigiorno il volto più noto del rampante mondo imprenditoriale cinese che mira ad espandere i suoi traffici economici su scala mondiale. Un inizio incerto, che rende necessario tenere monitorati gli scenari diplomatici tra le due principali potenze economiche planetarie, oggigiorno guidate da leader che, indirettamente, sono comunque uniti dalla critica alle modalità di conduzione che ha conosciuto la globalizzazione nel primo quarto di secolo della sua storia.

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