Dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi da Siria e Afghanistan, che ha scatenato reazioni contrastanti dentro e fuori i confini americani nonché le dimissioni del segretario alla Difesa, James Mattis, anche Mike Pompeo ha deciso di chiarire la sua posizione rilasciando un’intervista all’emittente televisiva Newsmax Tv. Le parole del segretario di Stato americano però non sono mirate a screditare la politica estera di Donald Trump, ma a chiarire alcuni punti cruciali che, comunque, difficilmente placheranno le critiche alla linea adottata dall’inquilino della Casa Bianca.

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“Una coalizione tra Israele e Paesi arabi”

Secondo il braccio destro del presidente Trump la presenza americana in Siria è diventata meno rilevante proporzionalmente alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e il mondo arabo, Riad in testa. Non solo Arabia Saudita ma anche attori meno al centro dell’attenzione internazionale, come il Sudan. Sulle colonne del quotidiano israeliano Haaretz si racconta che il presidente Omar al Bashir abbia ricevuto “pressioni” per aprire canali diplomatici con lo Stato ebraico in cambio di supporto per dare stabilità al suo paese, già nel caos e tornato recentemente a infiammarsi per un aumento del costo del pane. Segno che Washington lavora su più fronti nel tentativo di unire gli attori della regione. Nulla unisce più di un nemico comune, individuato nell’Iran sciita, tanto che nell’intervista a NewsMax il segretario di Stato americano ci tiene a ricordare la distanza tra l’approccio adottato dall’amministrazione di cui fa parte e quella precedente, guidata da Obama e culminata con la firma del trattato sul nucleare (Jcpoa), poi stracciato da Trump nonostante l’avversità irremovibile dell’Unione europea, che continua a difenderlo.

Il nodo del confine tra Turchia e Siria

Che fine faranno i curdi? Se lo chiedono un po’ tutti considerando l’ammassamento di truppe turche nei pressi delle zone controllate dalla minoranza nella Siria settentrionale. La presenza americana faceva da cuscinetto così da evitare scontri diretti ed escalation pericolose tra i due schieramenti. Ora, nonostante l’annuncio del ritiro delle truppe americane, Pompeo ha rinnovato la promessa di tutelare i curdi, in prima linea contro le milizie dello Stato islamico.

C’è poi la questione delle tempistiche del ritiro annunciato da Trump. Secondo fonti del Pentagono raggiunte dal New York Times il tempo minimo per organizzare il ritiro senza mettere in pericolo le vite degli stessi militari è di almeno quattro mesi. I curdi hanno guadagnato fama e simpatia internazionale e per Trump sarebbe un duro colpo d’immagine se lasciasse mano libera alle operazioni militari di Erdogan. E’ quindi altamente probabile che la Casa Bianca tenterà di trovare un compromesso con Ankara sulla questione curda. Dall’8 al 15 gennaio Pompeo sarà in Medio Oriente per un tour che lo porterà in Giordania, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Kuwait. Chissà se, oltre a infittire i legami tra Israele e i paesi arabi, avrà tempo per pensare al destino dei combattenti curdi.

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I pattugliamenti congiunti Usa-Turchia iniziati ad agosto potrebbero rappresentare la chiave attraverso cui Washington intende mantenere un certo grado di controllo sul nord della Siria, con un occhio di riguardo per la tutela della minoranza curda. Ma prima di tirare le somme riguardo il disengagement trumpiano dal Medio Oriente bisognerà vedere che forma prenderà concretamente – se mai la prenderà – il ritiro dei boots on the ground. Non ci sono ancora abbastanza dettagli e Trump potrebbe anche cambiare, nuovamente, le carte in tavola.

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