SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Quarantasette anni nelle Nazioni Unite e ventuno guerre. È questa la sinossi che Staffan De Mistura, una delle grandi personalità della diplomazia internazionale, rappresentante speciale dell’Onu in Iraq (2007-2009, 2010) e in Afghanistan e inviato speciale in Siria (2014-2018), offre all’ascoltatore quando gli si chiede di parlare di sé. C’è ovviamente molto altro nella sua carriera, oltre a un mare di aneddoti e memorie che hanno strappato più volte l’applauso alle centinaia di persone che, nel Palazzo dei Congressi di Bergamo, per la serata finale della rassegna “Molte fedi sotto lo stesso cielo” organizzata come sempre dalle Acli, sono accorse a sentirlo analizzare la crisi, reale o presunta, delle istituzioni multinazionali che lui conosce così bene.

Ventuno guerre in quarantasette anni? Non sono troppe? Non sono il segno che le istituzioni come l’Onu, sorte appunto per evitare i conflitti, non funzionano come dovrebbero?

“Sì, è vero. Ma i veri idealisti devono essere pragmatici e realisti. E il realismo ci dice che l’uomo, nella sua storia, ha sempre praticato la guerra. Già nella Bibbia abbondano violenze, crudeltà e scontri. Fermare tutte le guerre, e tra queste le ventuno in cui sono stato coinvolto, sarebbe un’ambizione eccessiva”.

Ma quando e come si ferma una guerra?

“Le guerre si fermano quando una delle parti è sconfitta, come successe con la prima e la seconda guerra mondiale. Oppure, ed è ciò che ho sempre sperato di vedere, quando chi le sostiene, i cosiddetti proxy, si stanca e la smette. Questo avveniva durante la Guerra Fredda, quando c’erano gli Usa da una parte e l’Urss dall’altra con i rispettivi alleati, e l’Europa non era molto presente. Le due grandi potenze giocavano a pallone su terre altrui, come in Angola, Vietnam o Mozambico. Poi, quando si stufavano, davano spazio all’Onu perché trovasse una formula capace di salvare loro la faccia. Il problema si complica arriva quando uno dei contendenti crede di aver vinto, o ha davvero vinto, la guerra sul terreno, come adesso Bashar al-Assad in Siria. Chi vince non ha interesse alcuno in una mediazione, perché non vuol dare vantaggi all’avversario che ha sconfitto”.

Dunque si può solo aspettare?

“Certo che no. Voglio solo dire che giudicare l’Onu o la Ue o qualunque altra grande istituzione dalla capacità di eliminare drammi che sono nella natura umana, soprattutto oggi quando molti politici sono inclini applicare il principio della forza che prevale sulla giustizia, non è corretto. D’altra parte il medico che cosa fa? Rinuncia, quando la malattia è incurabile come la guerra? Abbandona il paziente? Dà le dimissioni? Chiude l’ospedale perché non riesce a curare tutti i tumori o l’Alzheimer? Ovviamente no. Cerca invece di diminuire il dolore, di prolungare la vita del malato, di dargli speranza. E questo è ciò che cercano di fare anche i medici delle nazioni come me”.

Quindi il vero obiettivo delle grandi istituzioni internazionali non è la risoluzione del problema ma la riduzione del danno?

“Esatto. Dag Hammarskjold fu il secondo segretario generale delle Nazioni Unite e fu premio Nobel per la Pace. Morì in Africa nel 1961 durante una missione di pace e le ultimi indagini dimostrano che fu ucciso, il suo aereo fu abbattuto. Ebbene, lui diceva: le Nazioni Unite non sono state create per portare il mondo in paradiso, ma per evitare che vada all’inferno”.

Lei ha citato l’Unione europea. È un’istituzione che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a portare la pace in un continente che ha vissuto tantissime guerre. Perché la Ue fatica così tanto a trasferire anche altrove questa sua ispirazione, questo suo modello? In altre parole: perché la Ue conta così poco nella politica internazionale?

“Io sono italiano, dalmata veneto, di madre svedese, con moglie belga e figlie francesi. Mio padre studiò a Vienna all’epoca dell’impero austroungarico. Mi sento quindi molto europeo. Quando avevo un’altra età e studiavo alla Sapienza di Roma, partivo in treno da Roma per andare a protestare a Amsterdam con i cartelli ‘Europa bla bla bla’. Ci caricava la polizia con i grossi cavali olandesi, a calci indietro, avevano zoccoli di gomma ma facevano male ugualmente, e con gli idranti. Sognavamo tutti una federazione europea. L’Europa, invece, ha mantenuto le sue identità nazionali. E quando arriva un governo nuovo, basta pensare all’Ungheria o in parte alla Polonia, che vuole rimarcare la propria autonomia, spuntano delle discrepanze. Gli interessi tra una nazione e l’altra, che già possono essere diversi, diventano ancor più diversi. Prenda l’idea di formare un esercito europeo, che sarebbe una cosa logica, o di unificare il sistema finanziario… Non si fa per la miopia dei governi che dimenticano che l’unione fa la forza. I pesci grandi mangiano i pesci piccoli. È strano che pesci grandi come la Cina, la Russia o gli Usa siano contenti quando l’Europa mostra delle crepe come con la Brexit? Logica vorrebbe che i pesci piccoli, pur non essendo uniti, si mettessero almeno in una forma da pesce grande, in modo che il pesce davvero grande ci pensi due volte prima di imporre sanzioni o lanciare minacce”.

Esiste un soft power europeo?

“Esiste. O almeno può esistere. Facciamo l’esempio della Siria. Oggi i Paesi che hanno più influenza in Siria, pur avendo difficoltà tra loro, sono la Russia, la Turchia e l’Iran. Poi Israele quando bombarda e gli Usa con una piccola ma influente componente militare. La domanda che mi pongo è questa: quale dei Paesi che hanno più influenza in Siria ha la capacità di ricostruire ciò che è stato distrutto? La Turchia? La Russia? L’Iran? E Israele e Usa non ne hanno la volontà. Quindi, in teoria, ci si aspetta che sia l’Europa a farlo, in cambio della scomparsa del rischio rifugiati e del rischio Al Qaeda. Qui entra il soft power da giocare. Un’Europa unita potrebbe dire: cara Russia (soprattutto), cara Turchia, caro Iran, parlate con il signor Assad. Ha vinto la guerra, non si discute. Ma chi finanzia la ricostruzione? Vuole restare tra le macerie, affrontare altre crisi, dover magari fronteggiare un’altra Al Qaeda? Non è interesse di nessuno. Allora, in cambio del nostro aiuto, dite ad Assad di fare qualche concessione. Il momento giusto per farne è proprio quando vinci una guerra. La Costituzione, le elezioni… Questa carta l’Europa può giocarla, se mantiene una voce cordialmente ferma”.

Secondo lei un seggio unico per l’Europa nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarebbe una buona idea?

“Sarebbe un’ottima idea. Ma è una cosa che non si farà mai. Il Consiglio di sicurezza è una specie di Polaroid della fine della seconda guerra mondiale, cioè di 75 anni fa, e non rispecchia la situazione attuale. E la Turchia? E l’India? Il Brasile? Francia e Regno Unito, ancor più dopo la Brexit, metteranno sempre il veto a una simile riforma. Quello che invece si può fare, e anzi si deve fare, è una rivolta generale per dire ad alta voce ai Paesi del Consiglio di Sicurezza: quando c’è una tragedia umanitaria non potete mettere il veto. Quante volte l’Onu è stata accusata di essere passiva quando invece il blocco veniva da questa o quella nazione che non voleva essere disturbata nei suoi interessi? Il Ruanda è l’esempio più classico”.

Fa un po’ impressione sentir dire che, con tante guerre e conflitti, serve un altro esercito, sia pure quello europeo. O no?

“Osservare la realtà senza guardarla bene è da ingenui. Se si vogliono difendere certi principi bisogna avere la possibilità di marcare il terreno ed essere presi sul serio. Altrimenti il pesce grande apre la bocca. Se però apre la bocca e perde qualche dente ci ripensa, e in quel caso si negozia. Ma per usare la diplomazia bisogna avere peso”.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.