La partita del Consiglio europeo è fondamentale e per l’Europa si tratta di un momento estremamente delicato. In questa fase si intrecciano leadership sempre più deboli, un asse franco-tedesco alla ricerca di nuova linfa vitale, i rapporti difficili con la Russia, la nuova presidenza americana, la sfida sistemica alla Cina, le relazioni complicate ma necessarie con la Turchia e il caos che affligge il Sahel e la Libia. Se a questo si aggiunge una crisi economica e sociale che ha avuto il colpo di grazia con la pandemia da coronavirus, si comprende perché questo Consiglio europeo rappresenti un giro di boa importantissimo nella gestione del Vecchio continente.

L’Europa deve rispondere a delle domande su cui per molto tempo ha evitato di dare certezze. E non è detto che da questo vertice arrivino le conferme che molti governi si aspettano. L’Ue non è più unita rispetto a prima né molti Paesi sembrano disposti a scelte di compromesso che ledano alcuni dei loro diritti. E quello che scaturisce dagli incontri più recenti è che tutti siano molto legati al cronoprogramma delle elezioni nazionali. In particolare Francia e Germania, con Emmanuel Macron che guarda con terrore alle presidenziali soprattutto dopo il flop alle ammnistrative, e Angela Merkel che appare leggermente più tranquilla dopo quanto avvenuto in Sassonia ma che comunque si avvia verso l’ultima stagione sul trono di Berlino.

L’asse franco-tedesco, indebolito a livello di guide politiche, si è però dimostrato compatto forse proprio in virtù della fragilità dimostrata in questi mesi. Nonostante la presenza rassicurante di Mario Draghi a Palazzo Chigi, che ha evitato visioni centrifughe nel governo italiano, Berlino e Parigi continuano a dettare la politica interna ed esterna dell’Europa. E lo conferma quanto avvenuto sul fronte russo, con Francia e Germania che hanno aperto al dialogo con il Cremlino provando ad aprire una nuova stagione nei rapporti euro-russi su cui l’Italia ha dato il suo placet. Una mossa che conferma che Macron e Merkel vogliono ricostruir canali diretti con Vladimir Putin, specialmente per dimostrare autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti, ma che ribadisce anche come sia sempre difficile dare per morto l’asse franco-tedesco, spesso ravvivato durante questi vertici europei. E questo è un segnale anche per Mario Draghi, che riconosciuto come personalità di spicco in Europa, deve fare i conti con i colpi di coda di un’alleanza personale oltre che politica tra i due leader Ue degli ultimi quattro anni.

La partita italiana, per quanto riguarda il Consiglio europeo, è soprattutto legata al nodo immigrazione. In questi giorni, nonostante le dure prese di posizione nei confronti di Recep Tayyip Erdogan, da Bruxelles è arrivata la conferma del nuovo sblocco di soldi diretti verso le casse di Ankara. La Turchia continua a essere un partner privilegiato dall’Ue sul tema immigrazione e il metodo, cioè pagare per esternalizzare oltre le frontiere Ue il controllo e la gestione dei flussi, vuole essere replicato anche in Africa. Con rischi che non vanno sottovalutati soprattutto per quanto riguarda il caos libico. La Turchia non può che accogliere con favore la proposta contenuta nel documento europeo sullo “sviluppo di una relazione cooperativa e reciprocamente vantaggiosa”. E il fatto che sia arrivato anche un nuovo input all’unione doganale è certamente una vittoria per un Paese con un’economia così difficile come quella turca.

Legata alla Turchia c’è poi la questione migratoria dall’Africa. Il Consiglio europeo si trova a dove ribattere su due punti fondamentali. Da una parte gestire le partenze e i flussi in Africa prima che arrivino alle frontiere dell’Unione (per esempio in Italia). Dall’altra parte, l’Europa deve anche dare risposte per quanto concerne la distribuzione dei migranti che riescono ad approdare nei Paesi Ue e la cui gestione ricade inevitabilmente sulle nazioni di primo approdo. Il Consiglio però non sembra avere affermato grandi verità sul punto né annunciare rivoluzioni. Di Dublino e redistribuzione non se ne parla: almeno in questa fase. Mentre il Consiglio, per quanto riguarda l’immediato, ha affermato che “saranno intensificati i partenariati e la cooperazione reciprocamente vantaggiosi con i Paesi di origine e di transito, come parte integrante dell’azione esterna dell’Unione europea”, ribadendo l’approccio “pragmatico e flessibile”. Parole che appaiono fumose e che non sono in grado di garantire nulla in un’estate che si annuncia bollente anche sotto questo profilo.

Per l’Italia il problema è duplice, perché se da un lato il Consiglio Ue non sembra capace di partorire idee concrete sulla questione migranti, dall’altra parte la Conferenza di Berlino sulla Libia non ha mostrato certezze sul tema delle rotte migratorie né sul controllo del caos. Il vertice nella capitale tedesca ha confermato l’impegno sul ritiro dei mercenari e sul tenere le elezioni il 24 dicembre. Ma se il ritiro dei mercenari deve essere sostanzialmente concordato tra Russia e Turchia, altrettanto rischia di essere in mano ad Ankara il dossier migranti. Molti parlano di un modello turco per quanto riguarda Tripoli e la gestione dei flussi: ma è evidente che la Libia non è la Turchia e che questo rischia di creare non pochi problemi in un Paese in mano a diverse fazioni, clan e tribù che non riconoscono – se non in parte – l’autorità dello Stato. Se dalla Libia e dal Consiglio Ue non arriveranno rassicurazioni, per il governo italiano rischia di essere un’estate più che rovente.

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