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Politica /

Poco prima del suo licenziamento, l’ex stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, fece alcune dichiarazioni riguardo alla Corea del Nord, che sembravano essere una vera e propria resa di Washington di fronte a Kim Jong-un. “They got us!”, sentenziò Bannon, quasi a dichiarare la resa dell’amministrazione Trump. Il test nucleare del 3 settembre va certamente ascritto a questa visione realistica dell’ex consigliere di The Donald. Il fatto che Kim abbia testato la bomba H e che gli Usa non possano intervenire in Corea del Nord è la dimostrazione che la politica americana degli ultimi 25 anni riguardo i rapporti con Pyongyang sia un fallimento. Le implicazioni diplomatiche del possesso di un arsenale atomico, o anche solo di una bomba, sono molto rilevanti. La “polizza assicurativa” fornita dal possesso dell’arma più potente conosciuta dall’uomo rende certamente più facile per uno Stato ottenere maggiori spazi di manovra, dato che un nemico, anche quello più potente, ha paura delle possibili e catastrofiche ritorsioni nel caso in cui decida di rispondere con forza ad un atto di aggressione o di provocazione. La seconda implicazione è che gli Stati Uniti, la Corea del Sud e il Giappone devono accettare una nuova era di belligeranza con la Corea del Nord, dal momento che il governo di Pyongyang può decidere di avviare una serie di provocazioni in qualsiasi momento e in qualunque modalità, consapevole di avere un potenziale distruttivo da cui nessuno può prescindere.

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Che cosa possono fare dunque gli Stati Uniti ed i loro alleati? In primo luogo, gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud devono accettare la Corea del Nord come potenza nucleare. L’affidabilità delle armi e dei suoi vettori è un dato del tutto irrilevante, perché il possesso dell’atomica e il know-how necessario per il suo sviluppo sono già sufficienti per assicurare a Pyongyang lo status di potenza atomica. L’unico modo per eliminare il problema sarebbe un’opzione militare, ma avrebbe conseguenze devastanti. In poche parole, la crisi coreana non è più qualcosa da risolvere; è uno stato di fatto che va soltanto gestito. Non è una possibilità, ma una realtà. Gli Usa hanno fallito e ne devono prendere atto.

In secondo luogo, va accettato il fatto che la Corea del Nord sia in grado di compiere nuove provocazioni e nuove azioni violente, come già avvenuto dalla fine della guerra di Corea, ma senza riuscire a scatenare una guerra. In questo caso, Seul e i suoi alleati non sarebbero impotenti, perché esisterebbe la possibilità di ritorsioni contro azioni violente di Kim. Ma tali azioni sarebbero circoscritte e sostanzialmente calcolate da Kim Jong-un, che sa di non poter essere attaccato in maniera massiccia. Per esempio, un bombardamento di artiglieria come l’attacco del 2010 a Yeonpyeongdo Island autorizzerebbe ritorsioni contro i siti di artiglieria situati sul territorio della Nord Corea; ma una tale rappresaglia sarebbe considerata una drammatica escalation delle ostilità se condotta dagli Usa e potrebbe essere condotta soltanto dalla Corea del Sud e solo limitatamente alle basi nordcoreane interessate.

Inoltre, va ricordato che le provocazioni di Kim avvengono sempre fuori il territorio della penisola coreana. Di conseguenza, in un tale scenario, pur avendo gli Usa il diritto/obbligo di difendere gli alleati, in realtà avrebbero poche armi per garantire la legittimità della guerra. Al contrario, Pyongyang sa perfettamente che ogni attacco statunitense, anche solo limitato e preventivo, sarebbe una dichiarazione di guerra condannabile da tutta la comunità internazionale. Questa strategia probabilmente non si modificherà dopo il raggiungimento dello status nucleare. Al contrario, Kim Jong-un potrebbe sentirsi ancora più fiducioso nella sua capacità di provocare senza subire ritorsioni. Tra l’altro, in caso di un attacco statunitense, Kim avrebbe dalla sua anche il diritto internazionale. Elemento che potrebbe sembrare irrilevante quando si tratta di uno Stato isolato e arbitrario come la Corea del Nord, ma non va dimenticata la possibilità di sfruttarlo per scardinare la strategia statunitense e screditarla a livello internazionale. A loro volta, gli Stati Uniti potrebbero perdere rapidamente la credibilità internazionale in caso di dubbi sulla legittimità dell’intervento, soprattutto dopo i fallimenti politici e militari degli ultimi decenni in Asia e Medio Oriente. E questo è uno scoglio importante per la Casa Bianca, soprattutto quando si ha a che fare con Paesi come la Cina e la Russia, che non possono esplicitamente approvare il comportamento nordcoreano, ma allo stesso tempo non possono appoggiare alcun tentativo Usa di risolvere militarmente il conflitto.

 

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La Corea del Nord è debole, ma possiede una forza incredibile con lo sfruttare la discordia del mondo occidentale e fra le superpotenze. E gli Usa si sono ritrovati, loro malgrado, nell’incapacità di offrire alcuna opzione diversa dall’uso della forza. In questo modo hanno consegnato le chiavi della diplomazia a Cina e Russia e assegnato un’altra vittoria alla Corea del Nord. Gli Stati Uniti si sono invischiati in un sistema per cui l’unica via d’uscita è quella di sfruttare le opportunità create dalle provocazioni nordcoreane. Se non lo fanno, infonderanno ancora più fiducia in Pyongyang, ma se lo fanno male, rischiano di creare un’escalation militare senza precedenti. Inoltre, non va sottovalutato il fatto che queste risposte per essere efficaci, necessitano di un forte sostegno internazionale. La Corea del Nord può essere uno stato isolato, ma gli Usa di Donald Trump, in questa crisi, non hanno grandi sostenitori. Perché nessuno vuole la destabilizzazione dell’Asia orientale né inimicarsi Pechino. E se Washington verrà considerata fautrice di ulteriore destabilizzazione, potrebbe rimanere ancora più isolata. Una situazione di stallo diplomatico che dimostra, sena dubbio, come Kim non debba essere considerato un folle, ma un lucido calcolatore che ha costruito un sistema perfetto per sopravvivere sfruttando le divisioni del mondo.

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