L’incubo della Cina è diventato realtà. I cittadini di Hong Kong, chiamati a rinnovare i 452 seggi dei 18 consigli distrettuali, più che interessarsi delle tematiche locali che hanno sempre caratterizzato questo tipo di elezioni – dal traffico al verde pubblico – hanno utilizzato l’evento politico per lanciare un chiaro messaggio a Pechino. E così, l’esito della tornata elettorale ha visto la fazione pro democrazia imporsi su quella filo cinese con un vantaggio netto: 396 seggi contro 452, 17 distretti a 1. Traduzione: vogliamo la nostra indipendenza, siamo hongkonghesi e non cinesi. O ancora: noi, i comuni cittadini di Hong Kong, stiamo dalla parte dei manifestanti. Difficile immaginare cosa possa passare nella testa di Carrie Lam. La governatrice locale, pur supportata ufficialmente da Xi Jinping, dietro le quinte ha iniziato a percepire il malumore del Partito comunista cinese (Pcc), stanco dei disordini che da sei mesi stanno devastando l’ex colonia britannica.

Le mosse della Cina

Se Carrie Lam deve prendere atto dell’umore della piazza, la Cina non ha alcun intenzione di legittimare i “facinorosi manifestanti pro democrazia”. Impensabile assistere a una tavola rotonda tra Xi Jinping, Joshua Wong e gli altri giovani leader dei vari movimenti a sostegno della democrazia presenti a Hong Kong. Impensabile anche pensare a una Cina che possa concedere carta bianca agli attivisti. Cosa succederà adesso? Innanzitutto Pechino lascerà sbollire l’onta della sconfitta. Dopo di che il Pcc riprenderà il controllo della scena consumando la sua vendetta, la stessa già iniziata in queste ore. Poche ore dopo la chiusura dei seggi, il governo cinese ha convocato l’ambasciatore americano Terry Branstad per chiedere che gli Stati Uniti la smettano di interferire negli affari di Hong Kong. Il riferimento è all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, una normativa approvata dalle camere statunitensi a favore del movimento pro democrazia, che potrebbe dare carta bianca a Washington per sanzionare Pechino nel caso in cui possano verificarsi “violazioni dei diritti umani” nell’ex colonia britannica. Certo, la norma deve ancora essere firmata da Donald Trump. Ma tanto è bastato per far innervosire la Cina.

Pechino prende in mano la situazione

A Shenzen, intanto, è sempre attivo il centro di comando di crisi, situato proprio a pochi passi dal confine che separa la Cina continentale da Hong Kong. Secondo quanto riportato da Reuters, è da qui, nella Bauhinia Villa, che negli ultimi mesi i più importanti esponenti del Partito Comunista cinese hanno seguito le proteste scoppiate nell’ex colonia britannica. E sempre da qui la Cina potrebbe continuare a monitorare la situazione, sostituendo il suo collegamento ufficiale cittadino attivo a Hong Kong. Le comunicazioni tra Pechino e Hong Kong sono solitamente condotte attraverso un ente governativo cinese, un ufficio ospitato in un grattacielo della riottosa megalopoli, circondato da barricate d’acciaio, vetri rinforzati e telecamere di sorveglianza. Pare che la Cina non sia più soddisfatta della gestione della crisi da parte dell’ufficio, pronto a essere sostituito da Bauhinia Villa. Sono inoltre in canna alcuni possibili rimpiazzi, a cominciare dal direttore del corpo, Wang Zhimin. Pronta la smentita dell’ufficio del ministero degli Affari Esteri di Hong Kong: “Tutto falso”. In ogni caso, data la gravità della situazione, Pechino potrebbe prendere in mano la situazione pensando anche di istituire la villa di Shenzen come unico centro di crisi, con un canale diretto verso il leader Xi Jinping.

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